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Fish Tank

di Andrea Arnold
UK 2009

di Enrico Vannucci

Fish Tank è senza dubbio un buon film. Inoltre, nuovamente senza dubbio, risente, e molto, della sua origine britannica. Non ci si trova di fronte a una commedia divertente come quelle, tante, prodotte oltremanica nell’ultimo decennio, Fish Tank racconta una storia che ricorda diverse opere di Ken Loach. Sebbene non raggiunga i livelli estremi di disperazione umana che si trovano nelle pellicole più riuscite del regista inglese, la storia di Mia – inquieta quindicenne di un sobborgo suburbano alla periferia di una grande città come ce ne sono tanti – si rifà certamente al cinema di quel filone. La vita della protagonista si divide tra l’amore per il ballo hip-hop, delle amiche con le quali ha rotto i rapporti, una madre e una sorella con cui non riesce ad avere un dialogo e un cavallo bianco, malconcio, imprigionato a una catena da un paio di ragazzotti che vivono dentro a delle roulotte. La sua vita, che odia, pare avere una svolta quando fa capolino Connor, il nuovo fidanzato della madre. Il rapporto all’inizio si sviluppa in modo conflittuale ma, in seguito, pian piano, l’uomo riesce ad affascinare la ragazza, entrando in piena sintonia con lei. Troppo in sintonia. Mia s’innamora chiaramente di lui e dei suoi modi gentili che, per la prima volta nella vita, la fanno sentire diversa: nessuno prima di allora si era dimostrato attento a lei e ai suoi interessi. E’ Connor, infatti, che la spinge a perseguire il sogno del ballo, anche suggerendole di partecipare a un’audizione per ragazze. Quando tutto sembra andare per il meglio, però, ovviamente, ecco che ciò che non avrebbe dovuto accadere capita: Mia e Connor si trovano a consumare un rapporto sessuale sul divano dell’abitazione. Per questo, e per  il senso di colpa, l’uomo lascia la casa, facendo cadere nella disperazione la madre della ragazza. Mia decide di andare a parlargli ma quando scopre dove l’uomo risiede ha la piacevole sorpresa di trovarsi in una casa abitata non solo da lui ma anche dalla moglie e, soprattutto, dalla figlia. In preda alla rabbia e all’impulsività, l’adolescente rapisce la bambina e la porta con sé. Inevitabilmente, dopo aver sfiorato la tragedia, Mia riporta la ragazzina dalla propria famiglia. E’ l’ultimo atto – assieme alla scoperta che il concorso per ballerine non era altro che un casting per aspiranti lap dancers – di una vita che non sente più sua. Scoperto che anche il cavallo bianco, che più volte aveva cercato di liberare, è morto di vecchiaia, decide di accettare l’offerta del più gentile di quei ragazzotti che accudivano l’animale e partire con lui, abbandonando la famiglia, in Galles dove re-iniziare da capo.

Sebbene non ci troviamo di fronte a Ken Loach il film è sicuramente buono. Coinvolge dall’inizio alla fine. Forse, l’unica pecca si può riscontrare in una sceneggiatura facilmente prevedibile nel suo svolgersi senza però, attenzione, non inficiare per questo la qualità della storia. Le interpretazioni sono credibili e forti, così come la regia è ben bilanciata al mondo che narra. Un mondo nel quale solo i più forti possono sopravvivere, proprio come Mia che, è lei stessa a dirlo, se potesse si reincarnerebbe in una tigre bianca. Sicuramente un animale tutt’altro che debole. Una curiosità per concludere: la pellicola è stato girata e proiettata nel vecchissimo formato 4:3.



14 maggio 2009

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