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	<title>L&#039;Orso dello zoo &#187; Berlino 2011</title>
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	<description>ilSassolino.net alla Berlinale</description>
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		<title>Un Mundo Misterioso</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 00:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rodrigo Moreno
Argentina, Germani, Uruguay, Spagna 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Film che pretende troppo questo <em>Un Mundo Misterioso</em> per la regia di Rodrigo Moreno. Il solo fatto di voler realizzare un film sul tempo dovrebbe far rizzare le antenne anche allo spettatore più volenteroso. Il tempo è un&#8217;entità astratta, filmarlo non solo è opera ardua ma comporta anche un rischio noia assai elevato. Per l&#8217;appunto tutto ciò inevitabilmente si avvera.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia è alquanto semplice: una lei di una coppia di giovani sulla trentina decide di prendere una pausa nel loro rapporto. Lui le chiede insistentemente per quanto a lungo abbia intenzione di non vederlo ma riceve soltanto una risposta vaga e temporalmente indefinita. Da qui in poi lo spettatore seguirà la vita di tutti i giorni del ragazzo che attraverso una serie di incontri, narrativamente sono staccati l&#8217;uno dall&#8217;altro, lo porteranno a (o meglio gli faranno passare il tempo in attesa de) l&#8217;incontro con la sua fidanzata una volta che la pausa si sarà conclusa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema di fondo del film risiede proprio alla sua base, in fase di concepimento. Se anche nel lungometraggio di Bela Tarr la storia è ridotta all&#8217;osso &#8211; divenendo oltretutto mano a mano sempre più staccata da una componente realistica &#8211; a differenza della pellicola del regista ungherese questo <em>Un Mundo Misterioso</em> manca totalmente di una direttiva drammatica che l&#8217;esperto regista magiaro ha invece sempre ben presente. Il pubblico si dimentica ben presto del concetto metafisico che Moreno vorrebbe indagare, la natura del tempo e della temporalità, esplicato a forza nella prima scena del film. Scordandosi dunque ben presto il motivo per cui si sta vedendo la pellicola, lo spettatore viene preso da un senso di estraniamento che non si addice all&#8217;arte cinematografica e che lo spinge costantemente a uscire dall&#8217;immedesimazione con ciò che accade sullo schermo per chiedersi il perché di tutto ciò. Solo nell&#8217;ultima scena, quella del primo incontro tra i due in seguito alla pausa forzata del rapporto, chi guarda ha finalmente un dejavu che gli permette di ricostruire mentalmente il film secondo un ordine logico e ragionato. Senza dubbio, però, risulta essere troppo tardi e allo spettatore, ormai già mortalmente annoiato da un bel po&#8217; di tempo, non rimane altro che esclamare un &#8220;ah, già, è vero&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Pellicola girata tutta secondo crismi del cinema indipendente, composta da lunghi piani sequenza in cui la macchina stenta a muoversi, Moreno punta tutta l&#8217;attenzione sulle performance degli attori che indubbiamente sono bravi a fingere di &#8220;non-recitare&#8221; replicando comportamenti al limite del banale e dell&#8217;ovvio, ovvero quanto di meno cinematografico possa esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è certa: non aspettatevi dei premi.</p>
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		<title>Bizin buyuk caresizligimiz</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/berlino/2011/02/16/bizin-buyuk-caresizligimiz/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 17:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Teoman]]></category>

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		<description><![CDATA[di Seyfi Teoman
Turchia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La cinematografia mediorientale – sebbene in questo caso si dovrebbe dire euro-mediorientale – si dimostra sempre più, Festival dopo Festival, come tra le migliori e più vive da anni a questa parte. <em>Bizin buyuk caresizligimiz</em> (<em>Our great despair</em>) di Seyfi Teoman racconta dell’intromissione nella vita di Ender e Cetin – due uomini sulla quarantina, amici dall’infanzia e compagni di appartamento – di Nihal, la sorella del loro miglior amico Fikret. Il fratello, vivendo a Berlino, non vuole lasciare  sola la giovane nella casa di famiglia dopo la morte dei loro genitori perché troppo piena di ricordi. Chiede dunque ai due di ospitarla essendo loro le uniche persone che conosce ad Ankara. Nihal è una ragazza all’ultimo anno di superiori che per lungo tempo rimane traumatizzata da quell’evento. Mano a mano, però, entrando in contatto con i due ne diviene la compagna inseparabile. Fin troppo. Accade ciò che non dovrebbe succedere: entrambi si innamorano di lei. Questo sentimento, però, non le viene mai rivelato, rimane un segreto tra i due uomini, un’emozione che invece che incrinarne l’amicizia, la salda. Anche i momenti più difficili vengono trascorsi assieme, aiutandosi a vicenda. Particolare attenzione è dedicata soprattutto a Nihal, colei che necessita veramente un’attenzione particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Teoman, qui alla seconda prova da regista, dopo l’esordio nel 2008 sempre alla Berlinale, produce una pellicola fuori dagli schemi. Dove lo spettatore si aspetterebbe il conflitto lui opta per l’opposto, la conciliazione. Nonostante i due uomini siano entrambi innamorati della medesima ragazza, non scoppia mai un litigio tra di loro che non rientri nella normale diatriba quotidiana. Il sentimento affettivo non viene mai sublimato se non in maniera platonica, spostandolo più verso uno di tipo familiare. Entrambi diventano quasi i secondi padri della ragazza che solo grazie alla loro presenza riesce a rifarsi una vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La pellicola diverte, nonostante una leggera tristezza di fondo e alcuni momenti drammatici. I personaggi riescono a non cadere nello stereotipo sebbene siano comunque caratterizzati secondo canoni ben precisi: uno scrittore dall’animo gentile, un impiegato il cui vero amore è la cucina e la ragazza della porta accanto, il vero angelo catartico di tutta la pellicola. Il regista è riuscito a trovare non solo la giusta distanza nello sguardo sui suoi personaggi quanto una chiave che si può definire inedita su una tematica, il triangolo amoroso, stra-abusata dalla settima arte nel corso del tempo. L’esatto opposto di ciò che ha fatto la July con <em>The Future</em>, nel quale la vicenda dei rapporti amorosi a tre è affrontata secondo i binari più classici.</p>
<p style="text-align: justify;">Film che è piaciuto alla stampa, visti anche gli applausi a fine proiezione, certamente può anche essere apprezzato dal pubblico non specializzato. Una di quelle pellicole che potrebbero trovare una distribuzione in Italia se qualcuno credesse nel progetto.</p>
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		<title>A Torinoi lo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 00:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Tarr]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Béla Tarr
Ungheria 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>A Torinoi lo</em> di Béla Tarr è uno di quei film che non vedrete mai al cinema. Proprio per questo è tra i favoriti della critica. La pellicola è indubbiamente bella sebbene la storia sia la seguente: su schermo nero, una voce fuoricampo racconta che nell’inverno del 1889 la pazzia di Nietzsche divenne manifesta dopo che a Torino rimase scioccato dalla visione di un cocchiere che frustava un cavallo che non ne voleva sapere di muoversi. Primo giorno: un contadino con il braccio destro immobilizzato torna a casa su un carretto trainato da una cavalla anziana. Arrivato alla sua fattoria, sita in mezzo a una depressione del terreno in cui spira un vento fortissimo, aiutato dalla figlia, slega l’animale, lo rinchiude nella stalla e rinchiudono il mezzo di locomozione nella rimessa. Tornati in casa, l’uomo si cambia, mangiano e vanno a letto. Secondo giorno: la figlia si alza, esce per prendere l’acqua dal pozzo, rientra e veste il padre. Escono di nuovo e preparano il cavallo legandolo al carretto ma quando l’uomo gli comanda di partire l’animale non si muove. Slegano il cavallo e lo riportano nella stalla, assieme al carretto. Mentre mangiano sopraggiunge un uomo per comprare del liquore. Questi fa un discorso sulla solo impotenza come esseri umani e se ne va. La sera vanno a letto. Terzo giorno: il vento continua imperterrito, rendendo impossibile svolgere qualsiasi lavoro. La ragazza si accorge che il cavallo non mangia. Il pranzo viene interrotto da un gruppo di zingari che fermandosi presso il pozzo inizia a berne l’acqua. L’uomo esce per scacciarli e se ne vanno, lasciando però, prima, un libro alla ragazza. Tornata in casa lo legge e capiamo essere un testo religioso. Quarto giorno: alla mattina oltre al vento una fitta coltre di nebbia occlude la visibilità. La ragazza esce per prendere l’acqua ma scopre che il pozzo si è prosciugato. Il padre decide di abbandonare la casa, fanno i bagagli li caricano su un carretto a mano dietro al quale legano la cavalla e partono. Scompaiono dietro l’orizzonte ma dopo un po’ riappaiono. Smontano di nuovo la loro roba e la riportano in casa. Il cavallo, di nuovo nella stalla, ha smesso anche di bere. Quinto giorno: il tempo continua a peggiorare. Fanno visita al cavallo e lo liberano dal morso, ormai inutile, sta tirando gli ultimi. Rientrati i in casa si fermano a guardare fuori dalla finestra o il vuoto. Mangiano. La sera accendono i lumi  e il fuoco ma entrambi, senza motivo, non rimangono accesi, nonostante abbiano il serbatoio pieno di olio o legna da ardere. I due rimangono al buio. Sesto giorno: dissolvenza da nero su padre e figlia seduti uno di fronte all’altro con una patata a testa nei piatti di fronte a loro sulla tavola. Intorno è tutto buio. Il padre sbuccia la patata con molta fatica. Dice alla figlia di mangiare perché lei rimane immobile a osservare il vuoto. L’uomo da un morso alla patata. Capiamo essere cruda dal rumore che emette. Lui la riposa nel piatto e assume la stessa espressione perduta di chi gli è di fronte. Dissolvenza su nero. Fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa venti sequenze girate in bianco e nero e con lunghi piani sequenza di una bellezza fotografica disarmante in due ore e mezza di film. Nonostante i ritmi non sostenuti l’attrazione delle immagini è tale da catturare ugualmente l’attenzione dello spettatore. Certo non una pellicola per lo spettatore medio abituato a ben altro tipo di cinema ma un lungometraggio che difficilmente non si vedrà assegnato un premio da parte della giuria. Nel caso lo si trovasse per vie non ufficiali vedetelo anche se non può rendere come sul grande schermo. I dialoghi sono pochissimi e anche inutili per comprendere ciò che accade.</p>
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		<title>The Future</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/berlino/2011/02/15/the-future/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 22:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[July]]></category>

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		<description><![CDATA[Miranda July
USA 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La tanto sbandierata collaborazione tra la Berlinale e il Sundance Festival a ben vedere non porta certo i suoi frutti. O forse è un problema di fondo che riguarda il cinema americano indipendente di questi ultimi anni. Se nell’ultimo decennio del secolo scorso la produzione indie a stelle e strisce aveva rivelato notevoli sorprese che hanno fatto apprezzare di riflesso la kermesse ideata da Robert Redford, i lungometraggi presentati a Salt Lake City da diverso tempo sembrano ormai una copia sbiadita di ciò che erano stati quei loro famosi predecessori. Probabilmente più che di saturazione di idee si è giunti al manierismo, all’epoca barocca, del movimento. Un periodo, questo, in cui tutto si volge verso l’autorialità più sfrenata, autorialità che diviene fine a se stessa perché pare aver perso di vista il limite del suo agire.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>The Future</em> di Miranda July è la controprova di quanto affermato fino a ora. Dopo <em>Yelling to the sky</em> anche il secondo prodotto Sundance delude le aspettative. Un racconto pretestuoso sullo sfaldamento di una coppia poco oltre i trent’anni descritta secondo più canoni e registri – dal reale al surreale passando per il fantasioso e l’onirico – che però non morde mai. La tematica non è di certo nuova. In questi casi il più delle volte ci si lamenta del fatto – come per l’altra pellicola proveniente dal Festival americano qui in concorso – che tali storie non sono raccontate in maniera differente e nuova ma che si replicano cliché e schemi che funzionano alla perfezione e che, il più delle volte, però, decadono nello stereotipo. Certamente la July non soffre di questo problema ma esattamente del suo contrario. Vi è come una voglia di strafare che strozza il film. Il presentarsi in massa e in maniera incontrollata di così tanti elementi nuovi e contemporaneamente crea una confusione disordinata che non solo incasina il film stesso dal punto di vista estetico ma anche da quello della diegesi. Lo spettatore non capisce più a cosa stia assistendo, se a un ricordo, un sogno, la realtà, una fantasia.  Si prova una perdita di orientamento con un effetto che, se voluto, è stato reso assai male dalla regista. La mancanza di direzione rende insopportabile una pellicola della durata di soli novanta minuti scarsi, un’impresa assai ardua da compiere. Manca del tutto un punto fermo verso cui il film tenda, una direzione e una strada da seguire che spieghi il modo in cui questa coppia si divide e il perché. Ok, i protagonisti sono due disadattati che passano più tempo online che non nella vita reale ma poi, improvvisamente, e senza apparente motivo, la pellicola va in molte altre direzioni. Una di queste è un gatto con una zampa fasciata che parla ogni tanto in voice over. No, per fare solo un esempio di quanto detto. Ci si chiede davvero il motivo di tutto ciò senza però trovare una spiegazione. Anche degli applausi di una parte del pubblico alla fine della proiezione per la stampa.</p>
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		<title>Jodaeiye Nader az Simin</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 18:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Farhadi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Asghar Farhadi
Iran 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il film più applaudito dalla stampa fino a ora è stato questo<em> Jodaeiye Nader az Simin </em>– <em>Nader and Simin, A Separation</em> il titolo internazionale. A ragione. Una pellicola che colpisce per la sua lucidità e franchezza. E’ fondamentalmente la storia di una coppia che si sta lasciando per delle incomprensioni. Quando però il marito viene accusato di aver provocato involontariamente l’aborto della donna di servizio che accudisce il padre in seguito a un diverbio dovuto a una mancanza di lei, la moglie ricompatta il nucleo familiare. La vicenda diviene così un confronto tra due coppie: la prima, quella in crisi, piccoli borghesi di Tehran; la seconda, due devoti religiosi, di cui lui disoccupato e assediato dai crediti mentre lei vive sottomessa alla volontà di un marito che teme. Soprattutto le due donne appaiono una il contrario dell’altra. Se quella della prima coppia è libera e indipendente, tanto da minacciare il suo uomo di emigrare dal paese portandosi via la figlia adolescente, quella della seconda è debole e tormentata da dubbi che nascono dal timore di commettere peccati che offendano la volontà di Allah scritta nel Corano. La vicenda si sviluppa seguendo il processo che vede l’uomo imputato di omicidio e il suo tentativo di discolparsi. Non mancano i colpi di scena, nonostante la storia sia personale e non costruita certo come un thriller. I turning point della trama incidono in maggioranza sulla percezione che i personaggi hanno gli uni degli altri e che, al contempo, rivelano questi lati nascosti anche allo spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film ci racconta qualcosa in più di un paese che, a molti, può sembrare chiuso e lontano ma che, al contrario, se conosciuto, appare assai simile all’Occidente. I problemi che questi personaggi provano sono uguali a quelli esperiti da tutti noi nella vita quotidiana. In fin dei conti si tratta di persone che fanno fatica ad amare, ad andare d’accordo, a stare assieme e che, nonostante il regime teocratico vigente, non possono rinunciare ad accettare e affrontare tutto ciò. Girato con molto tatto, scritto con altrettanto – i personaggi sono sempre credibili e non cadono mai nel pericolo di presentarsi in maniera macchiettistica o stereotipata, soprattutto il marito religioso, il più a rischio tra tutti loro – le due ore del film scorrono assai veloci e senza una benché minima sbavatura o disattenzione da parte del regista.</p>
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		<title>Les femmes du 6ème étage</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 23:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Le Guay]]></category>

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		<description><![CDATA[di Philippe Le Guay
Francia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Film divertente questo <em>Les femmes du 6ème étage</em>, alla lettera <em>Le donne del sesto piano</em>, commedia francese di Philippe Le Guay. Si sa, i cugini transalpini hanno una predilezione per il genere e sono soliti sfornarne diverse ogni anno, opere che riscuotono un discreto successo di pubblico e che spesso vengono invitate anche ai Festival. Basta ricordare la presenza di Francois Ozon all’ultima Mostra di Venezia con <em>Potiche</em>. Proprio quest’ultimo titolo vede protagonista Fabrice Luchini, lo stesso attore scelto per interpretare il leading role anche nella pellicola di Le Guay. I ruoli sono simili sebbene differiscano a livello caratteriale. Si tratta  sempre di un personaggio borghese nella Francia degli anni Sessanta ma se nel film di Ozon questi era un industriale reazionario e antipatico, qui Luchini interpreta un agente di borsa che è diametralmente all’opposto. Un uomo annoiato dalla vita monotona che conduce assieme alla moglie, una ragazza di campagna arricchitasi grazie al matrimonio e divenuta a tutti gli effetti l’emblema della donna borghese dell’epoca: frigida, irreprensibile e con la puzza sotto al naso. L’esistenza di Jean-Louis verrà sconvolta dall’arrivo nel palazzo in cui abita, nonché di proprietà della sua famiglia da generazioni, di cinque donne spagnole, emigrate lì a Parigi per lavorare come donne di servizio. Sarà l’ultima arrivata, Maria, a fargli conoscere, involontariamente, una nuova vita più briosa, introducendolo nel gruppo di signore. Tra di loro si crea un forte legame che porta l’uomo a divenire il loro protettore buono, aiutandole in tutto ciò di cui hanno bisogno e, ovviamente, a innamorarsi di Maria. Un’infatuazione che la moglie coglie ma che non associa alla loro cameriera bensì a una donna divorziata già per ben tre volte, cliente del marito e nota arrampicatrice sociale dell’alta borghesia parigina. Una volta scoperta la verità ella comprende come, in realtà, quella vita che vive ogni giorno assieme alle amiche sia del tutto fasulla e che Jean-Louis, forse, ha intrapreso una strada che lo porterà verso un’esistenza più vera e felice. Il film si conclude con un lieto fine facilmente intuibile anche se prima del finale, Maria, nonostante sappia di essere amata dal padrone di casa, lo abbandona per tornare in Spagna dal figlio.</p>
<p style="text-align: justify;">Film sicuramente buonista che però riesce lo stesso a far sorridere per le varie situazioni divertenti che gli sceneggiatori hanno inventato. Ognuna delle donne è caratterizzata a suo modo, secondo  una chiave forse stereotipata ma perfetta per la commedia di genere: c’è la religiosa, quella che punta a sposarsi con un francese benestante, la comunista avversa al regime fascista di Franco, la donna anziana e saggia (una brava Carmen Maura), quella che viene picchiata e lascia il marito e, infine, Maria, la bella che fa perdere la testa a Jean-Louis.</p>
<p style="text-align: justify;">Difficilmente in lizza per il premio finale <em>Les femmes du 6ème étage </em>si rifarà sicuramente al botteghino avendo tutte le premesse per far registrare un buon successo di pubblico, in Francia come all’estero. Assai probabile che in questa stagione o nel prossimo autunno possa apparire anche sui nostri schermi.</p>
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		<title>Coriolanus</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/berlino/2011/02/14/coriolanus/</link>
		<comments>http://www.ilsassolino.net/berlino/2011/02/14/coriolanus/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 21:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Fiennes]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ralph Fiennes
UK 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">No proprio no. L’esordio alla regia di Ralph Fiennes merita un pollice verso. Questa trasposizione cinematografica del Coriolano di Shakespeare non convince nella maniera più assoluta e da diversi punti di vista. Primo tra tutti la regia. E’ troppo evidente che Fiennes sia un esordiente. La pellicola è piena di errori dovuti all’inesperienza. Le scene peggiori sono nettamente quelle di combattimento in cui pare di assistere a una di quelle produzioni televisive nelle quali, per ristrettezze di budget, l’azione è alquanto statica e del tutto priva di alcuna credibilità. Inoltre a tratti si ha la sensazione che Fiennes tratti il proprio protagonista – interpretato da lui stesso – alla stregua di Rambo. La sequenza in cui Coriolano avanza da solo, fucile d’assalto spianato, privo di elmetto e sporco di sangue, tra i nemici che cadono ai suoi piedi colpo dopo colpo ricorda i momenti migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) dei film d’azione che vedono protagonista la copie bionda di Sylvester Stallone, Dolph Lundgren. Ancora più insopportabile risulta però l’amore che Fiennes ha per se stesso. Il film è un continuo susseguirsi di primi piani dell’attore/regista che dimostra di essere eccessivamente malato di narcisismo. E’ vero che Coriolano è il protagonista principale ma tutta quella attenzione quasi morbosa per il proprio viso non è necessaria. Soprattutto per il fatto che per una buona metà della pellicola Fiennes urla come un matto. Anche in questo caso tutto ciò risulta oltre i limiti della decenza e del buon gusto. Il regista cade nella trappola di realizzare un’opera cinematografica avendo in mente però la sua rappresentazione teatrale. Se sul palcoscenico una certa impostazione, soprattutto nei confronti dei testi di Shakesperare, può risultare necessaria, al cinema una cosa del genere stroppia. In particolare ancora di più se il setting in cui è ambientata la vicenda non è l’antica Roma ma un mondo moderno simile al nostro. Fin troppo simile direi. Del libretto originale rimangono soltanto i nomi di Roma e dei Volsci. Se la prima è raffigurata in modo da essere riconoscibile come una trasposizione dell’esercito e della cultura americana – la città pare Washinton D.C. – i barbari Volsci sono il corrispettivo delle armate Cecene in lotta contro la Russia. Vi sono poi elementi troppo “semplici”, verso i quali  non pare vi sia stata una riflessione approfondita ma solo superficiale. Il più lampante di questi è la trasposizione del Foro romano in tribuna politica televisiva con tanto di popolo presente in studio nel ruolo di spettatore. Caro Mr. Fiennes qualcosa di più facile e immediato non c’era mica?</p>
<p style="text-align: justify;">Incomprensibili il giorno dopo le tre stelle su quattro che certi giornalisti hanno affibbiato al film che risulta, secondo il mio umile giudizio, il più brutto visto fino a ora in Concorso.</p>
<p style="text-align: justify;">No proprio no. L’esordio alla regia di Ralph Fiennes merita un pollice verso. Questa trasposizione cinematografica del Coriolano di Shakespeare non convince nella maniera più assoluta e da diversi punti di vista. Primo tra tutti la regia. E’ troppo evidente che Fiennes sia un esordiente. La pellicola è piena di errori dovuti all’inesperienza. Le scene peggiori sono nettamente quelle di combattimento in cui pare di assistere a una di quelle produzioni televisive nelle quali, per ristrettezze di budget, l’azione è alquanto statica e del tutto priva di alcuna credibilità. Inoltre a tratti si ha la sensazione che Fiennes tratti il proprio protagonista – interpretato da lui stesso – alla stregua di Rambo. La sequenza in cui Coriolano avanza da solo, fucile d’assalto spianato, privo di elmetto e sporco di sangue, tra i nemici che cadono ai suoi piedi colpo dopo colpo ricorda i momenti migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) dei film d’azione che vedono protagonista la copie bionda di Sylvester Stallone, Dolph Lundgren. Ancora più insopportabile risulta però l’amore che Fiennes ha per se stesso. Il film è un continuo susseguirsi di primi piani dell’attore/regista che dimostra di essere eccessivamente malato di narcisismo. E’ vero che Coriolano è il protagonista principale ma tutta quella attenzione quasi morbosa per il proprio viso non è necessaria. Soprattutto per il fatto che per una buona metà della pellicola Fiennes urla come un matto. Anche in questo caso tutto ciò risulta oltre i limiti della decenza e del buon gusto. Il regista cade nella trappola di realizzare un’opera cinematografica avendo in mente però la sua rappresentazione teatrale. Se sul palcoscenico una certa impostazione, soprattutto nei confronti dei testi di Shakesperare, può risultare necessaria, al cinema una cosa del genere stroppia. In particolare ancora di più se il setting in cui è ambientata la vicenda non è l’antica Roma ma un mondo moderno simile al nostro. Fin troppo simile direi. Del libretto originale rimangono soltanto i nomi di Roma e dei Volsci. Se la prima è raffigurata in modo da essere riconoscibile come una trasposizione dell’esercito e della cultura americana – la città pare Washinton D.C. – i barbari Volsci sono il corrispettivo delle armate Cecene in lotta contro la Russia. Vi sono poi elementi troppo “semplici”, verso i quali  non pare vi sia stata una riflessione approfondita ma solo superficiale. Il più lampante di questi è la trasposizione del Foro romano in tribuna politica televisiva con tanto di popolo presente in studio nel ruolo di spettatore. Caro Mr. Fiennes qualcosa di più facile e immediato non c’era mica?</p>
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		<title>V Subbotu</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 19:15:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Mindadze]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alexander Mindadze
Russia, Germania, Ucraina 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Bel film questa opera di Alexander Mindadze dal titolo <em>V Subbotu</em> – <em>Innocent Saturday</em> che narra la ventiquattro ore successive alla strage di Chernobyl nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Una pellicola che da le vertigini da quanto è vorticosa. Non uso questo termine a caso. Il regista mette in scena la vicenda secondo un’estetica estraniante. Le inquadrature sono, per la maggior parte del film, incollate proprio a ridosso dei personaggi. Quasi dei primissimi piani. Non solo. A questo bisogna aggiungere una cinepresa a spalla in constante movimento, impegnata in sequenze lunghe diverse minuti. Questo mix rende la visione claustrofobica e, appunto, estraniante. A ciò va aggiunta una vicenda non certo facile da affrontare come quella dello scoppio del reattore nucleare e la successiva messa sotto silenzio dell’evento da parte delle autorità sovietiche. In questo lasso di tempo il regista narra la storia di un giovane funzionario di partito che, scoperto l’incidente, fugge verso la città di Pripyat, luogo segreto in cui risiedono gli operai della centrale nucleare, per scappare da quel posto, salendo sul primo e unico treno in partenza. Prima di dirigersi alla stazione si ferma a prelevare una ragazza, sua amica, alla quale rivela l’accaduto e la convince a partire in fretta e furia. Correndo per tutta la città, colma di gente che di Sabato mattina si prepara al weekend, i due scorgono il fumo sorgere dal rettore ormai distrutto. Una fermata di troppo questa che farà loro perdere il treno. Ai due non resta altro che tornare in città. Le loro prossime ventiquattro ore saranno una vera  e propria discesa all’inferno, almeno per l’uomo. Se la ragazza riesce fin da subito a dimenticarsi dell’accaduto e a vivere come se niente fosse, il giovane funzionario di partito sente il peso di quello che a cui ha assistito con i suoi occhi. Eppure, mano a mano, anche lui si lascia coinvolto nel clima festante che regna nella città che se da una parte si sta preparando alla festa del 1 Maggio dall’altra si appresta a passare il weekend di riposo da lavoro. Quel Sabato, oltretutto, si festeggiano tre matrimoni contemporaneamente. Una buona parte della vicenda si sviluppa proprio nel locale in cui i neo sposi, assieme a numerosissimi amici mediamente ubriachi, gioiscono dei loro sposalizi. E’ qui che il protagonista si ritrova faccia a faccia con alcune persone del suo passato, i membri della band nella quale anche lui suonava e che, poi, si intuisce, aveva dovuto denunciare per canzoni troppo occidentali quando era entrato a fare parte del Partito Comunista. Durante queste scene ambientate all’interno del locale, il film si fa ancora di più “strano”. Per certi versi etereo. Si perde la cognizione di ciò che accade e si susseguono eventi che non si comprende siano reali o meno. Il dubbio che viene dipanato con il cartello che chiude il film nel quale viene specificata la fine di tutti i protagonisti della storia e, soprattutto, degli abitanti della di quella città fantasma.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente un buon film. Credo il miglior dei russi visti alle ultime edizioni dei tre Festival maggiori. Sarà anche perché in questo un po’ di azione faceva capolino? Che riserve qualche sorpresa per il premio finale?</p>
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		<title>Cave of forgotten dreams</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 17:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Außer Konkurrenz e Berlinale Special]]></category>
		<category><![CDATA[Herzog]]></category>

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		<description><![CDATA[di Werner Herzog
USA, Francia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il primo film di questa Berlinale a essermi rimasto nel cuore è un documentario. Un documentario che porta la firma autorevole di Werner Herzog. <em>Cave of forgotten dream</em> nasce come pellicola commissionata dallo Stato francese al cineasta tedesco a cui viene affidato il compito di riprendere su video una caverna scoperta in anni recenti contenente tra i più bei reperti archeologici di pittura preistorica.</p>
<p style="text-align: justify;">Herzog non si accontenta però solamente di documentare quel luogo. Essendo prima di tutto un regista, come tale racconta una storia. Egli si mette sulle tracce di coloro che avevano prodotto quei dipinti, cerca di comprendere chi fossero e il motivo che li ha spinti a disegnare quelle rappresentazioni. Attraverso le stesse immagini – riprese con un telecamera in 3D da una crew di sole quattro persone – e le interviste ai ricercatori e ai professori che da anni studiano la grotta ne esce un film che colpisce chi guarda, rapendolo in un viaggio che sembra riportarci indietro nel tempo. La domanda che sorregge tutta l’opera è indubbiamente quella che da sempre colpisce l’uomo: chi siamo? Herzog conduce un’indagine alle radici dell’umano attraverso le rappresentazioni dei suoi sogni, entrando in una dimensione quasi freudiana, da interpretazione dei sogni. E’ proprio l’investigazione su qualcosa di così dichiaratamente umano ad affascinare lo spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Una grande parte di tutto questo – probabilmente la sorpresa maggiore che la pellicola riserva – lo si deve all’uso, finalmente ragionato, della tre dimensione. Qui il 3D è davvero necessario al racconto, al passaggio di un’emozione dallo schermo allo spettatore. Ciò lo si capisce in maniera inequivocabile da una inquadratura che può essere presa a manifesto. Herzog ci mostra le primissime riprese effettuate dalla troupe durante la discesa di prova nella caverna. Queste appaiono di bassa qualità perché effettuate con una telecamera non professionale. Non solo appaiono abbastanza scure e dai colori non ben definiti ma, soprattutto, in due dimensioni. Tutto risulta, ovviamente, piatta, uguale. L’inquadratura si sofferma su una roccia sulla quale sono presenti delle pitture. Sinceramente, in quel modo, il dipinto non provoca nessuna emozione, perché ciò a cui si assiste è unicamente una documentazione di un oggetto. D’un tratto però una dissolvenza incrociata ci porta dall’inquadratura della telecamera in 2D a quella in tre dimensioni ed ecco che improvvisamente tutto cambia. La spazialità e la profondità accendono l’immagine. Ecco le linee che fuggono nello spazio, che ricreano la grotta, dando una sensazione di presenza così reale da farci sentire quasi come se fossimo presenti in quel mondo sotterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è la differenza con Pina di Wenders? Presto detto, la diegesi. L’opera di Herzog, sebbene probabilmente destinata alla televisione, è stata concepita proprio come un film, documentario, vero, ma sempre di Cinema si tratta. Il regista tenta fin dall’inizio di costruire una vicenda che contenga appeal per lo spettatore e ci riesce utilizzando tutti gli strumenti tecnici a sua disposizione nel migliore dei modi. Wenders non si pone invece il problema della storia che infatti viene del tutto a mancare. Sebbene siano entrambi ben fatti, inutile dire che tra i due scelgo Herzog tutta la vita.</p>
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		<title>Pina</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Feb 2011 21:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Außer Konkurrenz e Berlinale Special]]></category>
		<category><![CDATA[Wenders]]></category>

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		<description><![CDATA[di Wim Wenders
Germania 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sinceramente pensavo che mi sarei annoiato a vedere questa pellicola. Sapevo che Wenders l’aveva realizzata assieme al corpo di ballo di Pina Bausch come ricordo del lavoro della coreografa e ballerina. Invece debbo dire che quello che ho visto non mi è affatto dispiaciuto. Detto questo però mettiamo subito in chiaro che non ci troviamo di fronte a un film come siamo soliti intendere. Niente finzione, niente storia nel senso di racconto classico, solo riprese di balletti della Bausch rimessi in scena dalla sua compagnia e qualche ricordo sparso, più dei brandelli di pensieri in voice over che non altro. La domanda che dovrebbe sorgere spontanea riguarda l’essenza cinematografica di questo ultimo lavoro di Wenders. Vediamo di capire. La pellicola presenta chiaramente degli elementi stilistici che si rifanno a un’estetica del tutto filmica. La regia di Wenders più che nei balletti – coreografie originali dell’artista tedesca a cui è dedicato il film – si sente nei movimenti della macchina da presa che cerca in ogni modo di far dimenticare l’innata teatralità di quelle rappresentazioni danzanti. Panoramiche, movimenti su carrello, carrelli, movimenti di zoom, steady-cam abbondano durante l’ora e quaranta di proiezione. Eppure non riescono a cancellare mai del tutto la presenza imponente della scenografia e dei movimenti teatrali. Neanche quando alcuni di questi balletti sono performati in un luogo pubblico, lontano dal palcoscenico. Anche quei luoghi, probabilmente involontariamente, risentono di una impostazione che non permette l’immedesimazione dello spettatore nello schermo che, come noto, è una delle principali caratteristiche di ciò che chiamiamo Cinema. Se si cercasse però di dare la colpa di questa sensazione estraniante alla tecnica tridimensionale con cui il lungometraggio è stato girato si commetterebbe un grosso errore. Il 3D si dimostra invece essenziale per esperire appieno l’opera. Finalmente un utilizzo di questa opportunità in maniera cosciente e ragionata e non unicamente come effetto speciale fino a se stesso. La profondità dell’immagine in tre dimensioni, riesce a replicare una reale percezione di presenza. Lo spettatore ha la sensazione di trovarsi proprio in quel teatro, di fronte a quegli artisti ma al contempo esperisce una distanza dall’immagine, non vi viene risucchiato. E’ proprio ciò che mi fa ritenere il lavoro di Wenders come non cinematografico e, ancora di più, la tecnica 3D non adatta a ciò che abitualmente chiamiamo Cinema. Ciò non significa che la tridimensionalità non possa essere utile al prodotto audiovisivo ma che probabilmente essa non si accoppia nel migliore dei modi con il Cinema, almeno nel suo modo classico di intenderlo. Tutto questo è considerarsi dei conservatori dell’immagine in movimento? Non credo, almeno finché qualcuno non dimostrerà il contrario, ovvero che un’opera cinematografica in 3D non potrebbe essere esperita allo stesso modo, non darebbe le stesse emozioni in due dimensioni. Se il film di Wenders fosse Cinema questa potrebbe essere presa per giustificare quanto appena detto, peccato che di settima arte proprio non si tratta. Ciò è assai chiaro anche dal fatto che, in maniera circolare, Wenders ci mostra sia all’inizio che alla fine il teatro della compagnia, in particolare il suo palcoscenico e le prime file di sedie, quasi a voler rimarcare la totale teatralità dell’opera in questione.</p>
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