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	<title>L&#039;Orso dello zoo &#187; Berlino 2010</title>
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		<title>Mammuth</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 23:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Adjani]]></category>
		<category><![CDATA[de Kervern]]></category>
		<category><![CDATA[Delépine]]></category>
		<category><![CDATA[Depardieu]]></category>
		<category><![CDATA[Mammuth]]></category>

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		<description><![CDATA[di Benoit Delépine e Gustave de Krvern
Francia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Mammuth</em> è l’ultima pellicola in concorso proiettata quest’anno. Una strana e alquanto surreale commedia di nazionalità francese con Gerard Depardieu e Isabelle Adjani – senza ombra di dubbio i due nomi di peso facenti parte del cast – a firma del duo Benoit Delépine e Gustave de Krvern. Strana e surreale perché è incentrata sul viaggio alla ricerca di vecchie ricevute di pagamento necessarie per completare la richiesta di pensionamento del protagonista, il cui soprannome è  appunto Mammuth, sia per la sua stazza veramente elefantesca – per certi versi davvero imbarazzante – sia perché guida una motocicletta d’epoca che si chiama proprio come l’animale preistorico. Questo peregrinare in giro per la verde campagna francese gli farà incontrare un sacco di personaggi uno più strano dell’altro – molti dei quali ben più strani li lui! E ce ne vuole! – che lo condurranno in situazioni al limite dell’imbarazzo e dell’assurdità – tanto per intenderci, una di queste è una seduta di masturbazione reciproca con il cugino dopo quarantacinque anni dall’ultima volta che è successo tra di loro. Non c’è che dire, si ride, si ride assai, ma il problema è che, nella quasi totalità dei casi, ciò è provocato più dall’effetto <em>slapstick</em> che molte sequenze assumono che non da un filo logico e narrativo che le dovrebbe, in teoria, legare. Il film infatti appare assai troppo come un’improvvisazione sul tema “viaggio alla ricerca di se stessi e di un passato che non se ne vuole andare”. Il protagonista spesso immagina al suo fianco la figura della fidanzata morta in un incidente stradale occorsole quando si trovava sulla moto con lui. Questa parte “seria” della pellicola si incastra assai male con quella invece più “anarchica” e “confusionaria” responsabile per la facile ilarità. Per questo non si capisce bene dove i due registi volessero portare questo loro racconto, se in nella direzione del film di formazione o in quella del prodotto quasi demenziale. Il quesito, anche riflettendoci a modo, non riesce a trovare nessuna risposta plausibile. Si ha come l’idea che si sia voluta realizzare una pellicola secondo quel metodo di lavoro utilizzato da Benigni e Troisi in <em>Non ci resta che piangere</em>, ovvero, una continua improvvisazione, giorno per giorno, sul set seguendo esclusivamente un esile canovaccio di storia.</p>
<p>E’ da sottolineare comunque sottolineare come l’interpretazione di Depardieu – mai così rotondo e imponente, nemmeno nei panni di Obelix – sia stata davvero molto buona. Volendo parlare di probabili premi questa è una di quelle prove che potrebbe rivelarsi una seria concorrente a quella di Stellan Skarsgard per il riconoscimento come miglior attore. Secondo l’opinione e il gusto del sottoscritto, un ex-aequo potrebbe rivelarsi la decisione più giusta, sebbene non si dovrebbe dimenticare nemmeno il padre di <em>En Familie</em>. Le probabilità di vedere la pellicola dalle nostre parti  è alta, visto anche la notorietà di colui che interpreta il protagonista, di certo, nel caso ciò avvenga non ci si deve aspettare una distribuzione a macchia d’olio ma, se interessati, il pubblico dovrà andare a scovare questo <em>Mammuth</em> nei cinema del circuito d’<em>essay</em>.</p>
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		<title>Due vite per caso</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 22:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Panorama]]></category>
		<category><![CDATA[Aronadio]]></category>
		<category><![CDATA[Due vite per caso]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Aronadio
Italia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si potrebbe interpretare <em>Due vite per caso</em> di Alessandro Aronadio secondo il giudizio che i responsabili della sezione Panorama della Berlinale hanno stilato, ovvero, un film che “descrive con un realismo poetico un pezzo dei sentimenti italiani verso la vita in seguito al trauma della violenza scoppiata al G8 di Genova”. Si potrebbe ma, in realtà,  non si può perché del realismo poetico decantato dagli organizzatori non vi è traccia in questa opera prima. Purtroppo si cade già fin da subito nei vecchi, italici, schemi della trita retorica nazional-popolare, quella che vede da una parte la polizia buona e dall’altra quella cattiva, oppure i giovani operosi ma alquanto beceri e quelli più sbandati però assai scaltri e intelligenti. La pellicola mirerebbe pure in alto, a precedenti anche illustri – più che al maggior conosciuto, per il pubblico generalista, <em>Sliding Doors</em>, qui viene da pensare a quel capolavoro di Kieslowski noto come <em>La doppia vita di Veronica</em> – senza, ovviamente, riuscirvi. La vicenda, infatti, viene raccontata due volte, seguendo linee spazio-temporali opposte causate all’avvenimento, o meno, da un’azione del protagonista: un piccolo tamponamento di un auto in sosta sulla quale aspettavano due poliziotti in borghese. Nella prima Matteo, in seguito al pestaggio subito dagli agenti, si avvicina al mondo della sinistra giovanile extraparlamentare; nella seconda, in cerca di un lavoro più redditizio, accetta di entrare nel corpo dei Carabinieri sebbene al suo interno si senta del tutto fuori luogo, troppo conscio di se stesso per accettare le assurde dinamiche dell’arma e convivere felicemente con i commilitoni, decisamente più simili a barbari che a persone istruite. Tra eventi discordanti – per esempio due diverse fidanzate – e altri comuni – l’infarto che occorre al padre mentre in vacanza – nel finale le due linee spazio-temporali arrivano a collimare, mettendo di fronte, come in uno specchio, i due Matteo che lottano tra di loro fino a che,uno dei due non finisce per uccidere l’altro.</p>
<p>Aronadio ha forse al pretesa di voler gestire una materia difficile senza troppa esperienza alle spalle. L’idea avrebbe potuto anche rivelarsi interessante ma lo sviluppo, sia della trama sia attraverso le immagini, non risulta soddisfacente. La storia risente di troppi cliché che non si cerca in alcun modo di smantellare o, all’opposto, di denunciare come tali e, di conseguenza, disattivare; la regia invece presenta elementi eterogenei a una messa in scena di tipo, comunque, classico che rendono quelle sequenze “diverse” dei veri e propri corpi estranei alla narrazione visiva e che, quindi, provocano un leggero senso di fastidio in chi guarda. Un esempio su tutti è la decisione di mostrare il film che si riavvolge la prima volta che viene presentata la seconda linea temporale, effetto che, se poteva dirsi azzeccato in un film come <em>Le regole dell’attrazione</em> di Avary, qui, invece, trovandosi praticamente isolato, non riesce a integrarsi con il resto della pellicola.</p>
<p>Presentato alla Berlinale in anteprima, <em>Due vite per caso</em>, prodotto da Anna Falchi, sarà nelle sale cinematografiche italiane a Marzo 2010. Per coloro che sono interessati a sapere quale dei due Matteo avrà la meglio sull’altro.</p>
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		<title>The killer inside me</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 21:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Alba]]></category>
		<category><![CDATA[Hudson]]></category>
		<category><![CDATA[The killer inside me]]></category>
		<category><![CDATA[Winterbottom]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michael Winterbottom
USA 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un critico italiano alla fine della proiezione stampa si è messo a parlare del film di Winterbottom, <em>The killer inside me</em>, penultimo titolo in concorso qui a Berlino, in questi termini: “Poi secondo me c’è un errore. Bisognerebbe andare a vedere quando è stata prodotta la moka Bialetti, secondo me non c’erano ancora negli anni Cinquanta”. Se la nuova pellicola del regista inglese suscita solo questo tipo di chiacchiericcio da bar – è proprio il caso di dirlo –  evidentemente questa detiene qualche problema di sorta. In effetti non si può dire che non sia così. <em>The killer inside me</em> non ha entusiasmato il pubblico dei giornalisti specializzati che l’hanno accolto molto freddamente. E’ la storia di un vice sceriffo che, durante gli anni Cinquanta in una cittadina nel Texas più profondo, commette una serie di delitti collegati l’uno con l’altro dalla volontà di eliminare le prove o i sospetti dell’omicidio precedente. Il film non presenta molti elementi degni di nota – a parte le bellissime e sensuali Jessica Alba, nella parte di una prostituta, e Kate Hudson, qui la moglie del protagonista – la storia risulta alquanto priva d’interesse e di tutti quegli elementi che la farebbero rassomigliare a un thriller che, per merito degli stilemi classici, risolleverebbe sicuramente l’attenzione dello spettatore. Bisogna però verificare come in <em>The killer inside me</em> questi elementi siano del tutto assenti. Nemmeno la regia riesce a dare una scossa alla pellicola, Winterbottom infatti si limita esclusivamente al “compitino”, mettendo in scena in maniera molto classica tutta la vicenda. Ciò è riscontrabile anche dalla voce fuori campo del protagonista che commenta la storia come narratore onnisciente ma che, in realtà, è quella – appunto molto classicheggiante e per questo stra(ab)usata – di un morto.</p>
<p>Winterbottom in conferenza stampa ha dichiarato di aver voluto realizzare un film in cui la violenza fosse considerata come una cosa che capita e succede tutti i giorni. In effetti la pellicola è piena di azioni violente provocate dal protagonista; stupri, pestaggi, omicidi, gesti che, naturalmente, provocano fastidio e verso i quali, spesso, si ha però appaiono troppo fini a se stessi, senza peraltro riuscire a comunicare quella “normalità” della quale il regista inglese parlava. Questo è, forse, dovuto un po’ anche al fatto che, in fin dei conti, allo spettatore interessi assai poco della vicenda personale di questo vice-sceriffo e che, quindi, tutto quello che capita sul grande schermo non entri in sintonia con l’animo di chi guarda. L’audience rimane perennemente a una certa distanza emotiva con un personaggio verso il quale non si riesce minimamente a provare un qualsiasi tipo di empatia umana, probabilmente anche a causa del comportamento di questi, tutt’altro che disponibile ed amabile.</p>
<p>Non credo ci si possano aspettare grandi sorprese da <em>The killer inside me</em> in ambito di premi. Per chi fosse interessato comunque, il titolo, visti i nomi degli attori e quello del regista, verrà sicuramente distribuito in Italia. Personalmente non lo tornerei a rivedere, una volta può essere più che sufficiente, almeno per ammirare lo stupendo cast femminile.</p>
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		<title>En familie</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 17:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Christensen]]></category>
		<category><![CDATA[En familie]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pernille Fisher Christensen
Danimarca 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che ci stiamo avvicinando alla conclusione della sessantesima edizione della Berlinale, possiamo sicuramente affermare che <em>En familie</em> di Pernille Fischer Christensen, primo dei tre film presentati in Concorso oggi, è senza ombra di dubbio una delle cose migliori che si sono viste in questi dieci giorni di proiezioni. La pellicola narra la storia di una famiglia – come lo stesso titolo suggerisce – i Rheinwald, immigrati dalla Germania in Danimarca da quattro generazioni per fondare un panificio che, crescendo sempre più, è diventato il fornitore ufficiale della Corona danese – esattamente da quando Richard, l’attuale proprietario, subentrando al padre, ha avviato la produzione di pane di alta qualità, il suo vanto personale. Il <em>main focus</em> si concentra sul rapporto tra l’attuale capofamiglia, Richard, appunto, e la più giovane delle due figlie avute dalla prima moglie, Ditte, una gallerista alla quale è stato appena offerto un importante posto di lavoro a New York. La donna deve prendere una decisione, se partire oppure rimanere, portando a termine l’inaspettata gravidanza che ha sorpreso lei e il fidanzato artista. Decide di abortire e accettare il lavoro dopo che il padre è stato dichiarato guarito da un cancro ai polmoni. Quando tutto sembra andare per il meglio – Richard si è nel frattempo risposato con la compagna dalla quale ha avuto una figlia adolescente e un bambino – ecco che l’esistenza dei Rheinwald ricade nella tragedia: al capofamiglia vengono riscontrati tre nuovi tumori al cervello. E’ ovviamente l’inizio della fine, non solo per Richard ma per tutta la dinastia dei panettieri reali. Il più grande cruccio dell’uomo è quello di non essere riuscito a trasmettere a nessuno dei suoi figli la passione per il pane e la sua creazione. Chiede perciò a Ditte di prendersi cura della fabbrica per portare avanti il nome della famiglia. La donna viene dunque posta di fronte a una situazione di certo non facile nella quale, per l’amore che prova verso il padre, si sente in obbligo di dover mettere da parte i propri sogni e la propria carriera per stare vicino a lui negli ultimi giorni e sottostare alla sua volontà. Ovviamente tutto questo la porta a un inevitabile scontro con il fidanzato che, dolorosamente, le fa presente che per la loro vita assieme a New York hanno rinunciato a un figlio e che lei non può dedicarsi a qualcosa per la quale non è tagliata solo per accontentare il genitore morente. Dopo una dura e lunga riflessione, Ditte ritiene giusto non doversi farsi carico da sola di portare avanti la tradizione familiare, facendo, così. cadere il padre nella più profonda amarezza. Nell’ultima parte della pellicola assistiamo allo spegnimento di Richard che, dignitosamente, lascia questa vita, rifiutando di andare a morire in un hospice per concludere la propria esistenza nel luogo in cui è nato, la sua casa.</p>
<p>La Christensen realizza un film commovente senza però cadere mai nei facili cliché tanto comuni quando si affrontano argomenti come questi. La storia è raccontata con molto garbo e tanta dignità e orgoglio, le stesse caratteristiche peculiari della famiglia Rheinwald. Un’opera che meriterebbe una considerazione in vista dei premi ormai prossimi.</p>
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		<title>Rompecabezas</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 23:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Rompecabezas]]></category>
		<category><![CDATA[Smirnoff]]></category>

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		<description><![CDATA[di Natalia Smirnoff
Argentina 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Argentina si riscatta! Uno a uno! No, non stiamo parlando del gioco del calcio ma dei film visti dal sottoscritto qui alla Berlinale prodotti nel paese sudamericano. Se il primo è meglio lasciarlo perdere, questo <em>Rompecabezas</em>, ovvero <em>Puzzle</em>, è un piccolo gioiello di un’ora e mezza per la firma della regista Natalia Smirnoff. Si tratta di una storia femminile, totalmente femminile. Narra la vicenda di una casalinga, madre di due figli, la cui vita spesa tra i fornelli e le pulizie, e di certo non ricca di soddisfazioni, viene sconvolta da un gioco del puzzle regalatole per il suo cinquantesimo compleanno. Maria si appassiona talmente tanto a quel passatempo che, comprandone di nuovi, fa la conoscenza di un uomo alla ricerca di un partner con il quale partecipare ai campionati nazionali che, se vinti, permetteranno loro di accedere alla finale mondiale in Germania. La donna, ovviamente, diviene la compagna di Roberto, un uomo ricco, totalmente all’opposto della famiglia <em>middle class</em> di piccoli negozianti dalla quale lei proviene. Tutta la vicenda racconta dunque la “liberazione” che Maria intraprende dalla sua vita precedente, senza, però, abbandonarla ma, anzi, per la prima volta nella sua vita, imponendo nella famiglia il suo pensiero e la sua volontà di donna, ancora capace di essere una madre amorevole e una moglie innamorata nonostante condivida, finalmente, le sue passioni con i suoi cari. Anche quando, dopo aver vinto la finale, ovviamente, finisce a letto con il compagno di giochi, come sublimazione per l’estrema intimità che si era venuta a creare tra di loro, l’accaduto rimane solo un singolo episodio che non va a inficiare né il suo presente né il futuro. La donna, infatti, sa bene fin dove si possa spingere per non mettere in pericolo ciò che più ama senza dover rinunciare a rivendicare una propria maggiore indipendenza: fin da subito sceglie di non imbarcarsi nel viaggio in Germania valutandolo come troppo compromettente per non inficiare il rapporto con i suoi cari. Il film, infatti, si conclude con Maria che si fa aiutare dalla famiglia a liberare uno sgabuzzino nel quale ricreare un piccolo spazio dove custodire i puzzle e dove poterli completare senza disturbare gli altri componenti. Sullo scaffale fanno bella mostra di sé il trofeo e un libro che Roberto le ha regalato.</p>
<p>Questa opera prima della Smirnoff oltre che essere dotata di una storia davvero bella e, al contempo, decisamente intima e personale che, nonostante queste due ultime caratteristiche, entra da subito in sintonia con i sentimenti dello spettatore, è caratterizzata da una regia che idealmente si rifà ai pezzi di un puzzle. Ogni inquadratura, in effetti, è un campo molto stretto – si va dai mezzi busti fino ai primissimi piani – in cui solo un elemento, di solito il personaggio, è messo a fuoco, lasciando tutto il resto dell’immagine sfocata. Quella finale, lunga quanto i titoli di coda che le scorrono in sovraimpressione, rappresenta invece un paesaggio di campagna, fisso, dai colori molto accesi, nel quale la donna è seduta a mangiare qualcosa. Finalmente, dopo che per tutto il film  si sono “montati i pezzi” ecco che, nel finale, vediamo  questo puzzle completo, l’immagine nitida di una nuova Maria, finalmente solare e felice.</p>
<p><em>Rompecabezas</em> è stata una piacevole rivelazione. Certamente un film da festival che però potrebbe piacere anche al pubblico se venisse rilasciato da un distributore che ci creda e che lo mantenga nelle sale a lungo, in tempo per far diffondere il passaparola così necessario a questo tipo di pellicole. Sempre che arrivi in Italia. Lo speriamo.</p>
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		<title>Jud Suss – Film ohne gewissen</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 21:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Jud Suss – Film ohne gewissen]]></category>
		<category><![CDATA[Roehler]]></category>

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		<description><![CDATA[di Oskar Roehler
Germania 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo <em>Jud Suss – Film ohne gewissen</em> che ricostruisce la realizzazione di <em>Suss l’ebreo</em>, una famosa – soprattutto per gli studiosi di Storia e di Cinema – pellicola di propaganda nazista voluta appositamente da Joseph Gobbels per aizzare gli animi dei tedeschi contro i già perseguitati ebrei rinchiusi nei ghetti e passata agli annali anche per aver vinto un premio alla Mostra del Cinema di Venezia – ma quelli erano pur sempre i tempi della dittatura fascista. Ciò in cui l’opera di Oskar Roehler pecca, in modo del tutto non veniale, è senza dubbio il suo voler quasi giustificare ciò che è accaduto – senza, penso (spero!), volerlo. Ovviamente non vi è una giustificazione dell’azione brutale e del fine della politica nazista – ci mancherebbe! – anzi, si deve notare come le figure degli appartenenti al Partito Nazionalsocialista Tedesco siano state dipinte con caratteristiche così dure e fastidiose, in maniera particolare quella di Gobbels, da provocare un forte senso di fastidio nello spettatore. Però la sua pietà che la pellicola mostra nei confronti di Ferdinand Marian, l’attore protagonista di <em>Suss l’ebreo</em>, è non solo fastidiosa – tanto quanto le figure dei nazisti – ma anche eticamente inaccettabile. La storia è incentrata su questo interprete tedesco che, anche se all’inizio si rifiuta, in seguito, è costretto ad accettare di assumere il ruolo principale a causa dell’intervento diretto di Gobbels che lo vede come l’unico che possa esprimere tutta la cattiveria e la malvagità necessarie per caratterizzare negativamente la figura dell’ebreo. Ciò che per le due ore della durata del film Marian continua a ripetere, ovvero che nella sua interpretazione cercherà di dare al personaggio un volto umano con il quale il pubblico si possa rispecchiare e immedesimare, sono giustificazioni che non fanno altro che sottolineare il suo totale disinteresse verso ciò che stava succedendo. Non basta sostenere che le promesse fatte da Gobbels erano altre – cioè dimostrare come il nazionalsocialismo sarebbe stato capace di realizzare la propria <em>Corazzata Potiemkin</em> , dunque un film con valore artistico e non solo di propaganda – e quindi fare intendere che si è stati traditi e che, comunque, anche volendo, si doveva obbedire per forza agli ordini impartiti dall’alto. Non basta mostrare un personaggio in balia di se stesso e ricattabile a causa della vanità e della sua passione per le donne. Marian non può avere una giustificazione di alcun tipo per aver accettato una pellicola del genere e nemmeno il suo suicidio può essere visto in maniera positiva – come una catarsi per quello che ha fatto – perché la sua morte appare più come un gesto deciso in seguito all’aver capito di essere stato vittima di promesse poi non mantenute da persone profondamente malvagie. Tutto ciò non ha alcun senso come non lo hanno alcune delle sequenze di questo film che principalmente appaiono ridicole ma che, al contempo, provocano veramente un fastidio urticante. Solo per citarne una, quella in cui Marian fa sesso nella camera di un albergo con la moglie di un comandante delle SS replicando la scena dello stupro contenuta in <em>Suss l’ebreo</em> mentre gli alleati bombardano Berlino sullo sfondo. E non si può nemmeno tentare di giustificare questa scelta assurda ricollegandosi al tentativo di ricostruire una certa estetica dell’immagine che si rifà ai film prodotti dall’Espressionismo tedesco perché queste sequenze risultano solo ed unicamente inutili e dannose per la narrazione e per il messaggio che producono. Così come insostenibili, per la violenza che trasmettono, sono il rifacimento delle scene del film originale che, ancora oggi, è proibito proiettare per il suo contenuto propagandistico.</p>
<p><em>Jud Suss – Film ohne gewissen</em>, accolto da una marea di fischi da una platea mai stata così arrabbiata alla fine della proiezione stampa, è una pellicola che non dovrebbe essere vista e che, sebbene nata probabilmente con ben altri intenti, finisce con il lanciare un messaggio negativo del quale non vi è quanto mai bisogno. Il suo posizionamento in Concorso può essere giustificato solo con la sua nazionalità – tedesca – e la notorietà che il regista, fino a oggi, si è costruito – soprattutto con <em>Le particelle elementari</em>.</p>
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		<title>Na putu</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 18:04:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Na putu]]></category>
		<category><![CDATA[Zbanic]]></category>

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		<description><![CDATA[di Jasmila Zbanic
Bosnia-Erzegovina 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La regista bosniaca Jasmila Zbanic porta al Festival una pellicola che potrebbe consentirle di fare un clamoroso bis, avendo già vinto l’Orso d’Oro con la sua opera prima, <em>Grbavica</em>, nel 2006. <em>Na putu</em>, venduto sul mercato internazionale con il titolo inglese <em>On the path</em>, si presenta decisamente come uno dei forti contendenti alla vittoria di un premio. Il sentiero di cui si parla è quello intrapreso dai due protagonisti della storia, Luna e Amar, una coppia di bosniaci di religione musulmana che convivono assieme e che lavorano entrambi nell’aviazione, lei come hostess sui voli di linea e lui presso la torre di controllo dell’aeroporto di Sarajevo. La loro vita di coppia è tranquilla, basata su un forte amore reciproco nonostante Amar passi molto tempo a ubriacarsi così per dimenticare la guerra che ha combattuto come soldato e che ancora non riesce a scordare. Sospeso dall’ente aeroportuale perché scoperto a bere durante il turno di lavoro, la sua vita ha un cambiamento quando incontra Barhija, un vecchio commilitone entrato da qualche anno a far parte della comunità Wahhabi, una congregazione mussulmana che rispetta in maniera molto stretta i precetti del Corano. Amar viene attratto da quella vita fatta di regole che lo aiutano a trovare un senso alla sua e, per questo, abbraccia sempre di più una fede che prima non aveva mai professato se non come un pretesto per riconoscersi nel proprio gruppo etnico. Luna, donna non praticante e totalmente occidentalizzata, cerca di comprendere il cambiamento radicale che il suo compagno ha intrapreso senza però venirne a capo;  non riesce più a riconoscere la persona che si ritrova a fianco. I due continuano a dichiararsi amore vicendevolmente ma, in realtà, le loro strade si stanno sempre più separando in direzioni che paiono opposte, seguendo idee del tutto incoliabili.</p>
<p>La Zbanic con questa pellicola non intende criticare la religione, benché meno quella mussulmana, ma solo cercare di esplorare il modo in cui due persone possano rapportarsi tra loro una volta che hanno compiuto una scelta differente da quella effettuata dal partner. <em>Na putu</em> è un film su una relazione che, se da un lato, entrambi i protagonisti vorrebbero impostare verso lo stesso traguardo – la cui metafora nella storia è il concepimento di un figlio, cercato ancor di più per i problemi di fertilità della coppia – dall’altro, ognuno di loro sente il bisogno di affrontare i propri “demoni” seguendo la sua strada. Sia Luna sia Amar, infatti, si portano dietro ancora le terribili vicende del conflitto nell’ex-Yoguslavia che entrambi, in modo differente, hanno vissuto sulla propria pelle: lui combattendo al fronte e lei dovendo emigrare dal suo paese natale come rifugiata di guerra. Per alleviare le ferite ancora aperte dentro la loro anima, Amar e Luna scelgono strade diverse. Lui una via fatta di regole ferree e di condivisione comunitaria, che lo porta a credere che la guerra sia stata una punizione divina per vendicarsi dei mussulmani di Bosnia, quasi del tutto occidentalizzati – tra le altre cose, ad esempio, bevono alcool senza considerarlo un peccato. Lei affronta il passato andando a vedere la sua casa natale, ora abitata da una famiglia nella quale scopre una bambina che, evidentemente, le ricorda lei stessa al tempo del conflitto; Luna, dunque, entra in sintonia con coloro che sono stati considerati – e per alcuni, i Wahhabi su tutti, lo sono ancora – il nemico contro cui combattere.</p>
<p>Una bella pellicola, molto ben costruita, con la giusta tensione tra i personaggi protagonisti e i comprimari. Una storia molto intelligente che non pone a priori, ma neppure a posteriori, giudizi di alcun tipo su nessuno, evitando di dipingere gli islamici come i cattivi e i laici come i buoni ma solo mostrando due mondi differenti che faticano, ovviamente, a dialogare tra di loro. Da proiettare nelle scuole.</p>
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		<title>Shahada</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 17:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wettbewerb]]></category>
		<category><![CDATA[Qurbani]]></category>
		<category><![CDATA[Shahada]]></category>

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		<description><![CDATA[di Burhan Qurbani
Germania 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un bel debutto alla regia quello di Burhan Qurbani, tedesco di origine afghana, invitato al festival con <em>Shahada</em> il suo film di diploma realizzato presso la scuola di cinema del Baden-Wuttemberg. La storia si concentra intorno a tre personaggi principali, Ismail, un poliziotto di origine turca che convive con il peso di un’azione avventata e conclusasi tragicamente che non riesce a sopportare, Samir, un ragazzo nigeriano che non si scopre incapace a far conciliare la fede religiosa con i suoi sentimenti omosessuali verso un collega di lavoro dichiaratamente gay e innamorato di lui e, infine, Maryam, la figlia dell’imam della moschea che tutti i personaggi di questa vicenda frequentano – un uomo molto aperto e conscio che il credo religioso si debba sempre confrontare con la quotidianità della vita contemporanea – una ragazza del tutto occidentalizzata che, dopo un aborto clandestino, per il tremendo senso colpa occorsole anche in seguito a un acuto effetto collaterale dell’intervento, viene colpita da paranoie psichiche a sfondo religioso che la trasformano in una radicale estremista. <em>Shahada</em> è un film incentrato sui suoi personaggi e sulle loro storie che si intrecciano insieme, non solo perché tutti quanti frequentano la stessa moschea ma perché le loro esistenze sullo schermo sono state concepite in modo che se protagonisti o co-protagonisti di una linea narrativa essi riappaiano come comparse nelle altre. Il film è strutturato in capitoli che scandiscono gli avvenimenti che si strutturano ognuno secondo il titolo di ogni sezione, così che la narrazione, sebbene salti da un protagonista all’altro, si mantenga costantemente unitaria, svelando in contemporanea la tematica di ogni parte. La pellicola risulta dunque bene scritta e solo poche volte si ha la sensazione che una delle linee narrative rimanga indietro rispetto alle altre. Questo accada specialmente all’inizio ma, probabilmente, ciò è dovuto all’inevitabile necessità del regista di presentare chiaramente i personaggi che animano questa storia. Ricoprono un ruolo importante anche la moglie del poliziotto, il loro figlio, la donna verso la quale Ismail si sente in debito, l’amica di Maryam che l’ha aiutata ad abortire, il ragazzo che l’ha messa incinta che è  al contempo anche amico di Samir e l’“oppositore” del ragazzo gay e, per ultimo, il padre imam illuminato. Ognuno di loro, a suo modo, è necessario ai protagonisti del film per intraprendere il loro “cammino di fede” che porterà loro a capire chi essi siano veramente. Cammino di fede proprio perché quest’ultima è un aspetto assai molto importante nella pellicola. Il suo stesso titolo è il termine con cui i credenti di fede islamica definiscono la loro professione di fede, le parole necessarie che devono essere pronunciate per entrare a far parte della comunità mussulmana: “non c’è Dio se non Allah e Maometto è il suo profeta”. Qurbani si dimostra sempre attento a trattare i suoi personaggi senza quasi mai eccedere nell’estremizzazione dei loro sentimenti dovuta alle situazioni borderline che capitano loro. L’unico appunto si potrebbe sollevare su qualche passaggio della vicenda di Samir in cui si ha la sensazione di cadere nel cliché.</p>
<p>In conclusione, una buona prima opera che ci deve far riflettere sulla qualità di certe cinematografie europee e sulla loro vitalità, data anche, forse, dalla presenza di più istante sociali e culturali che, indubbiamente, ravvivano e arricchiscono non solo le espressioni della propria Cultura ma anche il proprio tessuto sociale. D’altra parte è noto come sia “necessaria una nuova guerra perché Rossellini faccia un altro buon film”.</p>
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		<title>La bocca del lupo</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 17:19:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Forum e Generation]]></category>
		<category><![CDATA[La bocca del lupo]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pietro Marcello
Italia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La bocca del lupo</em> di Pietro Marcello è un documentario – al cui interno, però, sono contenuti alcuni brevissimi spezzoni di fiction – principalmente concentrato sulla relazione tra Enzo, un ex-galeotto, e Mary, una transessuale sua compagna, che è nata dietro le sbarre e continua da vent’anni. Nella pellicola, ambientata a Genova, sono inserite, inoltre, anche vecchie immagini di repertorio che mostrano la città, girate da cineamatori locali e ritrovate dopo molti anni passati nelle cantine. Ciò che questo film – voluto dalla comunità dei Gesuiti che si occupa delle persone che vivono in condizione di assoluta povertà nei quartieri difficili di Genova e prodotto dalla Indigo, casa dietro alla realizzazione delle opere di Paolo Sorrentino – ha la pretesa di raccontare – una piccola storia e, al contempo, una città intera, attraverso le molte immagini di repertorio – è anche il suo più grande difetto. In effetti le due parti si associano male assieme, risultando perennemente scollegate, come due binari paralleli che mai si congiungono. Ciò che più appassiona è senza dubbio la storia personale dei due protagonisti rispetto alle, seppur belle e interessanti, immagini di Genova che, anche grazie a un montaggio assai ritmico, ricordano qualche espressione del cinema sovietico, in particolare Vertov. Lo spettatore ha come la sensazione che la giunzione tra le due parti sia stata necessaria solo ed esclusivamente per far arrivare il film al minutaggio necessario per essere considerato un lungometraggio e che, quindi, la scelta sia stata di tipo più produttivo che non artistico. Nonostante ciò la metà più interessante trasuda un’umanità davvero sconvolgente nella quale Enzo e Mary mostrano tutto loro stessi, senza alcun tipo di finzione, davanti alla telecamera e, anche, data dalle registrazioni originali delle conversazioni che i due si spedivano su un nastro trafugato all’interno del carcere, quando Enzo stava ancora scontando la propria pena mentre Mary era già stata liberata, solo per ascoltare la propria voce il più spesso possibile.</p>
<p>Per chi fosse interessato è altamente probabile che il film, qui inserito nella categoria Forum,  sia più facilmente reperibile nei circuiti off – come quello dell’Arci – che non nei veri e propri cinema commerciali, sennò potrebbe essere necessario aspettare la sua, prossima, e certa, uscita su supporto ottico.</p>
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		<title>The kids are all right</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 17:16:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Außer Konkurrenz e Berlinale Special]]></category>
		<category><![CDATA[Bening]]></category>
		<category><![CDATA[Cholodenko]]></category>
		<category><![CDATA[Moore]]></category>
		<category><![CDATA[Ruffalo]]></category>
		<category><![CDATA[The kids are all right]]></category>

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		<description><![CDATA[di Lisa Cholodenko
USA 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pellicola intelligente <em>The kids are all right</em> di Lisa Cholodenko, presentata fuori dalla Competizione ufficiale dopo essere stata premiata al Sundance Film Festival lo scorso gennaio, che vede protagoniste Annette Bening e Julienne Moore nel ruolo di Nic e Jules una coppia pluriventennale di lesbiche con figli in provetta. La maggiore dei due, Joni, appena diciottenne, per accontentare una richiesta di Laser, il fratello quindicenne, risale, per mezzo della clinica per l’inseminazione artificiale, al donatore scelto dalle madri per rimanere incinte. La conoscenza di Paul, Marc Ruffalo, porterà ovviamente il caos nell’ordine perfetto di questa famiglia “anormale”, come ancora in molti la giudicherebbero. Il merito della Cholodenko sta tutto nell’aver realizzato una pellicola nella quale, invece, il main focus è posto sui sentimenti che vengono messi in discussione in ogni relazione la cui natura ha a che fare principalmente con l’amore verso qualcun altro. Ciò che invece si può biasimare alla regista è il suo giudizio morale a senso unico, che pare voglia condannare l’unico uomo di una vicenda, quasi interamente al femminile, per colpe ben maggiori di quelle che, in effetti, detiene. Il suo unico errore è quello di sentirsi attratto e di innamorarsi di Jules, con la quale finisce per diverse volte a letto assieme. Se per la donna è solo sesso, giustificato con la mancanza d’attenzione che lamenta da parte della compagna, troppo preoccupata a tenere alta l’immagine di famiglia perfetta – proprio perché famiglia omosessuale, come le rimprovera la figlia – per lui l’attrazione fisica si trasforma, a quarant’anni, in desiderio di paternità, per certi aspetti, ritrovata visto che i figli – se così si possono chiamare – ormai non sono più dei bambini. Questo è un altro punto di dibattito che il film vuole porre all’attenzione del pubblico: cosa si può definire come famiglia? Dei rapporti tra individui basati esclusivamente sui sentimenti oppure una relazione che fondata solo e unicamente sulla genetica, secondo una via “naturale”? Ovviamente la regista parteggia per la prima ipotesi, forse, anche esagerando un minimo più del dovuto. Il “perdono del coniuge”, se vogliamo così definirlo, ci sta tutto ed è assai comune e normale come reazione per salvaguardare ciò che più si ama ma collegarlo così strettamente a questa volontà di sottolineare come una famiglia sia basata sui sentimenti per mezzo dell’astio verso Paul solo perché questi si è lasciato prendere troppo dai suoi verso Jules risulta, in effetti, un giudizio troppo negativo dell’uomo e uno troppo positivo di entrambe le donne, alle quali, a differenza di lui, sembra sia permesso di sbagliare e di venire perdonate, in primis dalla loro autrice.</p>
<p><em>The kids are all right</em> ha un tono divertente, nonostante in alcune situazioni si faccia ovviamente più serio, e dei momenti veramente spassosi, come in una scena di sesso tra le due donne dipinta in maniera molto spassosa o nella chiacchierata a tre sulla presunta, ma non vera, omosessualità del figlio che le due mamme cercano d’indagare in un modo del tutto imbarazzante. La pellicola, la cui visione è altamente consigliata, verrà distribuita in Italia da Lucky Red nei prossimi mesi.</p>
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