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A Torinoi lo

di Béla Tarr
Ungheria 2011

di Enrico Vannucci

A Torinoi lo di Béla Tarr è uno di quei film che non vedrete mai al cinema. Proprio per questo è tra i favoriti della critica. La pellicola è indubbiamente bella sebbene la storia sia la seguente: su schermo nero, una voce fuoricampo racconta che nell’inverno del 1889 la pazzia di Nietzsche divenne manifesta dopo che a Torino rimase scioccato dalla visione di un cocchiere che frustava un cavallo che non ne voleva sapere di muoversi. Primo giorno: un contadino con il braccio destro immobilizzato torna a casa su un carretto trainato da una cavalla anziana. Arrivato alla sua fattoria, sita in mezzo a una depressione del terreno in cui spira un vento fortissimo, aiutato dalla figlia, slega l’animale, lo rinchiude nella stalla e rinchiudono il mezzo di locomozione nella rimessa. Tornati in casa, l’uomo si cambia, mangiano e vanno a letto. Secondo giorno: la figlia si alza, esce per prendere l’acqua dal pozzo, rientra e veste il padre. Escono di nuovo e preparano il cavallo legandolo al carretto ma quando l’uomo gli comanda di partire l’animale non si muove. Slegano il cavallo e lo riportano nella stalla, assieme al carretto. Mentre mangiano sopraggiunge un uomo per comprare del liquore. Questi fa un discorso sulla solo impotenza come esseri umani e se ne va. La sera vanno a letto. Terzo giorno: il vento continua imperterrito, rendendo impossibile svolgere qualsiasi lavoro. La ragazza si accorge che il cavallo non mangia. Il pranzo viene interrotto da un gruppo di zingari che fermandosi presso il pozzo inizia a berne l’acqua. L’uomo esce per scacciarli e se ne vanno, lasciando però, prima, un libro alla ragazza. Tornata in casa lo legge e capiamo essere un testo religioso. Quarto giorno: alla mattina oltre al vento una fitta coltre di nebbia occlude la visibilità. La ragazza esce per prendere l’acqua ma scopre che il pozzo si è prosciugato. Il padre decide di abbandonare la casa, fanno i bagagli li caricano su un carretto a mano dietro al quale legano la cavalla e partono. Scompaiono dietro l’orizzonte ma dopo un po’ riappaiono. Smontano di nuovo la loro roba e la riportano in casa. Il cavallo, di nuovo nella stalla, ha smesso anche di bere. Quinto giorno: il tempo continua a peggiorare. Fanno visita al cavallo e lo liberano dal morso, ormai inutile, sta tirando gli ultimi. Rientrati i in casa si fermano a guardare fuori dalla finestra o il vuoto. Mangiano. La sera accendono i lumi  e il fuoco ma entrambi, senza motivo, non rimangono accesi, nonostante abbiano il serbatoio pieno di olio o legna da ardere. I due rimangono al buio. Sesto giorno: dissolvenza da nero su padre e figlia seduti uno di fronte all’altro con una patata a testa nei piatti di fronte a loro sulla tavola. Intorno è tutto buio. Il padre sbuccia la patata con molta fatica. Dice alla figlia di mangiare perché lei rimane immobile a osservare il vuoto. L’uomo da un morso alla patata. Capiamo essere cruda dal rumore che emette. Lui la riposa nel piatto e assume la stessa espressione perduta di chi gli è di fronte. Dissolvenza su nero. Fine.

Circa venti sequenze girate in bianco e nero e con lunghi piani sequenza di una bellezza fotografica disarmante in due ore e mezza di film. Nonostante i ritmi non sostenuti l’attrazione delle immagini è tale da catturare ugualmente l’attenzione dello spettatore. Certo non una pellicola per lo spettatore medio abituato a ben altro tipo di cinema ma un lungometraggio che difficilmente non si vedrà assegnato un premio da parte della giuria. Nel caso lo si trovasse per vie non ufficiali vedetelo anche se non può rendere come sul grande schermo. I dialoghi sono pochissimi e anche inutili per comprendere ciò che accade.



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16 febbraio 2011

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