No proprio no. L’esordio alla regia di Ralph Fiennes merita un pollice verso. Questa trasposizione cinematografica del Coriolano di Shakespeare non convince nella maniera più assoluta e da diversi punti di vista. Primo tra tutti la regia. E’ troppo evidente che Fiennes sia un esordiente. La pellicola è piena di errori dovuti all’inesperienza. Le scene peggiori sono nettamente quelle di combattimento in cui pare di assistere a una di quelle produzioni televisive nelle quali, per ristrettezze di budget, l’azione è alquanto statica e del tutto priva di alcuna credibilità. Inoltre a tratti si ha la sensazione che Fiennes tratti il proprio protagonista – interpretato da lui stesso – alla stregua di Rambo. La sequenza in cui Coriolano avanza da solo, fucile d’assalto spianato, privo di elmetto e sporco di sangue, tra i nemici che cadono ai suoi piedi colpo dopo colpo ricorda i momenti migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) dei film d’azione che vedono protagonista la copie bionda di Sylvester Stallone, Dolph Lundgren. Ancora più insopportabile risulta però l’amore che Fiennes ha per se stesso. Il film è un continuo susseguirsi di primi piani dell’attore/regista che dimostra di essere eccessivamente malato di narcisismo. E’ vero che Coriolano è il protagonista principale ma tutta quella attenzione quasi morbosa per il proprio viso non è necessaria. Soprattutto per il fatto che per una buona metà della pellicola Fiennes urla come un matto. Anche in questo caso tutto ciò risulta oltre i limiti della decenza e del buon gusto. Il regista cade nella trappola di realizzare un’opera cinematografica avendo in mente però la sua rappresentazione teatrale. Se sul palcoscenico una certa impostazione, soprattutto nei confronti dei testi di Shakesperare, può risultare necessaria, al cinema una cosa del genere stroppia. In particolare ancora di più se il setting in cui è ambientata la vicenda non è l’antica Roma ma un mondo moderno simile al nostro. Fin troppo simile direi. Del libretto originale rimangono soltanto i nomi di Roma e dei Volsci. Se la prima è raffigurata in modo da essere riconoscibile come una trasposizione dell’esercito e della cultura americana – la città pare Washinton D.C. – i barbari Volsci sono il corrispettivo delle armate Cecene in lotta contro la Russia. Vi sono poi elementi troppo “semplici”, verso i quali non pare vi sia stata una riflessione approfondita ma solo superficiale. Il più lampante di questi è la trasposizione del Foro romano in tribuna politica televisiva con tanto di popolo presente in studio nel ruolo di spettatore. Caro Mr. Fiennes qualcosa di più facile e immediato non c’era mica?
Incomprensibili il giorno dopo le tre stelle su quattro che certi giornalisti hanno affibbiato al film che risulta, secondo il mio umile giudizio, il più brutto visto fino a ora in Concorso.
No proprio no. L’esordio alla regia di Ralph Fiennes merita un pollice verso. Questa trasposizione cinematografica del Coriolano di Shakespeare non convince nella maniera più assoluta e da diversi punti di vista. Primo tra tutti la regia. E’ troppo evidente che Fiennes sia un esordiente. La pellicola è piena di errori dovuti all’inesperienza. Le scene peggiori sono nettamente quelle di combattimento in cui pare di assistere a una di quelle produzioni televisive nelle quali, per ristrettezze di budget, l’azione è alquanto statica e del tutto priva di alcuna credibilità. Inoltre a tratti si ha la sensazione che Fiennes tratti il proprio protagonista – interpretato da lui stesso – alla stregua di Rambo. La sequenza in cui Coriolano avanza da solo, fucile d’assalto spianato, privo di elmetto e sporco di sangue, tra i nemici che cadono ai suoi piedi colpo dopo colpo ricorda i momenti migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) dei film d’azione che vedono protagonista la copie bionda di Sylvester Stallone, Dolph Lundgren. Ancora più insopportabile risulta però l’amore che Fiennes ha per se stesso. Il film è un continuo susseguirsi di primi piani dell’attore/regista che dimostra di essere eccessivamente malato di narcisismo. E’ vero che Coriolano è il protagonista principale ma tutta quella attenzione quasi morbosa per il proprio viso non è necessaria. Soprattutto per il fatto che per una buona metà della pellicola Fiennes urla come un matto. Anche in questo caso tutto ciò risulta oltre i limiti della decenza e del buon gusto. Il regista cade nella trappola di realizzare un’opera cinematografica avendo in mente però la sua rappresentazione teatrale. Se sul palcoscenico una certa impostazione, soprattutto nei confronti dei testi di Shakesperare, può risultare necessaria, al cinema una cosa del genere stroppia. In particolare ancora di più se il setting in cui è ambientata la vicenda non è l’antica Roma ma un mondo moderno simile al nostro. Fin troppo simile direi. Del libretto originale rimangono soltanto i nomi di Roma e dei Volsci. Se la prima è raffigurata in modo da essere riconoscibile come una trasposizione dell’esercito e della cultura americana – la città pare Washinton D.C. – i barbari Volsci sono il corrispettivo delle armate Cecene in lotta contro la Russia. Vi sono poi elementi troppo “semplici”, verso i quali non pare vi sia stata una riflessione approfondita ma solo superficiale. Il più lampante di questi è la trasposizione del Foro romano in tribuna politica televisiva con tanto di popolo presente in studio nel ruolo di spettatore. Caro Mr. Fiennes qualcosa di più facile e immediato non c’era mica?
Incomprensibili il giorno dopo le tre stelle su quattro che certi giornalisti hanno affibbiato al film che risulta, secondo il mio umile giudizio, il più brutto visto fino a ora in Concorso.
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Un Commento
lo guarderò di sicuro…