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Cave of forgotten dreams

di Werner Herzog
USA, Francia 2011

di Enrico Vannucci

Il primo film di questa Berlinale a essermi rimasto nel cuore è un documentario. Un documentario che porta la firma autorevole di Werner Herzog. Cave of forgotten dream nasce come pellicola commissionata dallo Stato francese al cineasta tedesco a cui viene affidato il compito di riprendere su video una caverna scoperta in anni recenti contenente tra i più bei reperti archeologici di pittura preistorica.

Herzog non si accontenta però solamente di documentare quel luogo. Essendo prima di tutto un regista, come tale racconta una storia. Egli si mette sulle tracce di coloro che avevano prodotto quei dipinti, cerca di comprendere chi fossero e il motivo che li ha spinti a disegnare quelle rappresentazioni. Attraverso le stesse immagini – riprese con un telecamera in 3D da una crew di sole quattro persone – e le interviste ai ricercatori e ai professori che da anni studiano la grotta ne esce un film che colpisce chi guarda, rapendolo in un viaggio che sembra riportarci indietro nel tempo. La domanda che sorregge tutta l’opera è indubbiamente quella che da sempre colpisce l’uomo: chi siamo? Herzog conduce un’indagine alle radici dell’umano attraverso le rappresentazioni dei suoi sogni, entrando in una dimensione quasi freudiana, da interpretazione dei sogni. E’ proprio l’investigazione su qualcosa di così dichiaratamente umano ad affascinare lo spettatore.

Una grande parte di tutto questo – probabilmente la sorpresa maggiore che la pellicola riserva – lo si deve all’uso, finalmente ragionato, della tre dimensione. Qui il 3D è davvero necessario al racconto, al passaggio di un’emozione dallo schermo allo spettatore. Ciò lo si capisce in maniera inequivocabile da una inquadratura che può essere presa a manifesto. Herzog ci mostra le primissime riprese effettuate dalla troupe durante la discesa di prova nella caverna. Queste appaiono di bassa qualità perché effettuate con una telecamera non professionale. Non solo appaiono abbastanza scure e dai colori non ben definiti ma, soprattutto, in due dimensioni. Tutto risulta, ovviamente, piatta, uguale. L’inquadratura si sofferma su una roccia sulla quale sono presenti delle pitture. Sinceramente, in quel modo, il dipinto non provoca nessuna emozione, perché ciò a cui si assiste è unicamente una documentazione di un oggetto. D’un tratto però una dissolvenza incrociata ci porta dall’inquadratura della telecamera in 2D a quella in tre dimensioni ed ecco che improvvisamente tutto cambia. La spazialità e la profondità accendono l’immagine. Ecco le linee che fuggono nello spazio, che ricreano la grotta, dando una sensazione di presenza così reale da farci sentire quasi come se fossimo presenti in quel mondo sotterraneo.

Qual è la differenza con Pina di Wenders? Presto detto, la diegesi. L’opera di Herzog, sebbene probabilmente destinata alla televisione, è stata concepita proprio come un film, documentario, vero, ma sempre di Cinema si tratta. Il regista tenta fin dall’inizio di costruire una vicenda che contenga appeal per lo spettatore e ci riesce utilizzando tutti gli strumenti tecnici a sua disposizione nel migliore dei modi. Wenders non si pone invece il problema della storia che infatti viene del tutto a mancare. Sebbene siano entrambi ben fatti, inutile dire che tra i due scelgo Herzog tutta la vita.



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14 febbraio 2011

3 Commenti

  1. monch ha scritto il 15 febbraio 2011 | Permalink

    Da sempre Aguirre è superiore a qualsiasi “wendersinata” apparsa sul grande schermo.

  2. Marci B ha scritto il 16 febbraio 2011 | Permalink

    Ottimi i commenti sull’uso del 3D nei film di Wenders e Herzog. Finalmente delle riflessioni utili sull’uso di questa tecnica! PS. Metti anche qualche foto, please!

  3. monch ha scritto il 16 febbraio 2011 | Permalink

    Sì! usa quel cavolo di megafonino che hai! :)

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