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Pina

di Wim Wenders
Germania 2011

di Enrico Vannucci

Sinceramente pensavo che mi sarei annoiato a vedere questa pellicola. Sapevo che Wenders l’aveva realizzata assieme al corpo di ballo di Pina Bausch come ricordo del lavoro della coreografa e ballerina. Invece debbo dire che quello che ho visto non mi è affatto dispiaciuto. Detto questo però mettiamo subito in chiaro che non ci troviamo di fronte a un film come siamo soliti intendere. Niente finzione, niente storia nel senso di racconto classico, solo riprese di balletti della Bausch rimessi in scena dalla sua compagnia e qualche ricordo sparso, più dei brandelli di pensieri in voice over che non altro. La domanda che dovrebbe sorgere spontanea riguarda l’essenza cinematografica di questo ultimo lavoro di Wenders. Vediamo di capire. La pellicola presenta chiaramente degli elementi stilistici che si rifanno a un’estetica del tutto filmica. La regia di Wenders più che nei balletti – coreografie originali dell’artista tedesca a cui è dedicato il film – si sente nei movimenti della macchina da presa che cerca in ogni modo di far dimenticare l’innata teatralità di quelle rappresentazioni danzanti. Panoramiche, movimenti su carrello, carrelli, movimenti di zoom, steady-cam abbondano durante l’ora e quaranta di proiezione. Eppure non riescono a cancellare mai del tutto la presenza imponente della scenografia e dei movimenti teatrali. Neanche quando alcuni di questi balletti sono performati in un luogo pubblico, lontano dal palcoscenico. Anche quei luoghi, probabilmente involontariamente, risentono di una impostazione che non permette l’immedesimazione dello spettatore nello schermo che, come noto, è una delle principali caratteristiche di ciò che chiamiamo Cinema. Se si cercasse però di dare la colpa di questa sensazione estraniante alla tecnica tridimensionale con cui il lungometraggio è stato girato si commetterebbe un grosso errore. Il 3D si dimostra invece essenziale per esperire appieno l’opera. Finalmente un utilizzo di questa opportunità in maniera cosciente e ragionata e non unicamente come effetto speciale fino a se stesso. La profondità dell’immagine in tre dimensioni, riesce a replicare una reale percezione di presenza. Lo spettatore ha la sensazione di trovarsi proprio in quel teatro, di fronte a quegli artisti ma al contempo esperisce una distanza dall’immagine, non vi viene risucchiato. E’ proprio ciò che mi fa ritenere il lavoro di Wenders come non cinematografico e, ancora di più, la tecnica 3D non adatta a ciò che abitualmente chiamiamo Cinema. Ciò non significa che la tridimensionalità non possa essere utile al prodotto audiovisivo ma che probabilmente essa non si accoppia nel migliore dei modi con il Cinema, almeno nel suo modo classico di intenderlo. Tutto questo è considerarsi dei conservatori dell’immagine in movimento? Non credo, almeno finché qualcuno non dimostrerà il contrario, ovvero che un’opera cinematografica in 3D non potrebbe essere esperita allo stesso modo, non darebbe le stesse emozioni in due dimensioni. Se il film di Wenders fosse Cinema questa potrebbe essere presa per giustificare quanto appena detto, peccato che di settima arte proprio non si tratta. Ciò è assai chiaro anche dal fatto che, in maniera circolare, Wenders ci mostra sia all’inizio che alla fine il teatro della compagnia, in particolare il suo palcoscenico e le prime file di sedie, quasi a voler rimarcare la totale teatralità dell’opera in questione.



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13 febbraio 2011

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