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Tomboy

di Céline Sciamma
Francia 2011

di Enrico Vannucci

Fossi un distributore cinematografico un film come questo lo distribuirei in Italia. Se fossi un distributore cinematografico in Italia probabilmente rischierei il fallimento nel rilasciare un film come questo sul mercato. Perché? Semplice, perché per piccole storie come queste da noi non c’è spazio. In Francia,  a quanto pare, invece sì e non solo le producono ma si azzardano addirittura a produrle e, ancor di più, a dirigerle e idearle!

Tomboy di Céline Sciamma ha aperto la ventiseiesima edizione della sezione Panorama di questa Berlinale. Accolto con applausi dal pubblico specializzato bisogna essere franchi e ammettere che se li merita tutti, dal primo all’ultimo. Una storia che – nonostante la brevità, non si arriva neanche all’ora e mezza – conquista con i suoi piccoli colpi di scena e la tensione che monta pian piano verso l’inevitabile climax che lo spettatore si aspetta e che prima o poi verrà a sconvolgere la vita dei protagonisti in un modo o nell’altro.

Una vaga descrizione, lo so, ma inevitabile se non si voglia rovinare la visione della pellicola. Come ha dichiarato la stessa regista alla fine della proiezione, la storia può essere vista come quella di un poliziotto infiltrato in  clan della mala. Prima o poi, è noto, verrà scoperto e i nodi dovranno necessariamente giungere al pettine. Peccato che in Tomboy i protagonisti non hanno niente a che vedere con gli ambienti di cosa nostra ma sono un innocente gruppo di bambini di circa una decina d’anni. Eppure il paragone della Sciamma calza a pennello. La regista indaga il mondo della fanciullezza con un occhio attento, svelando il non detto, gli elementi considerati taboo che i ragazzi, a volte, incontrano nel corso della propria vita. Qualcuno lo definirebbe un film che si pone contro alcuni pregiudizi che caratterizzano non solo i bambini ma anche gli adulti, se non soprattutto quest’ultimi ma, in realtà, appare evidente come Tomboy voglia essere unicamente un film sincero e senza pretese di alcun tipo oltre quella, già ambiziosa, di riuscire a ripresentare un universo di suo alquanto chiuso e, per certi versi inenarrabile se non attraverso stereotipi che definirei con l’aggettivo “disneyiano”. Ciò che manca del tutto a questo film è proprio la mitologia nei confronti dell’infanzia che, al contrario, ci viene rivelata per quella che è: un periodo assai difficile che, come lo stesso finale ci rivela, è possibile superare, assieme all’aiuto degli altri, soprattutto di coloro che ci amano.

Mi dispiace non poter raccontare di più riguardo al film perché è veramente costruito in modo certosino ma nutro la speranza che sì, vi sia qualche coraggioso (o folle) che decida di comprarne i diritti e distribuirlo nel nostro paese. Casomai spinto dal riscontro di pubblico che, mi auguro, possa ricevere in Francia ad Aprile quando sarà rilasciato nei cinema al di là delle Alpi. Che sia la volta buona che impariamo qualcosa dai cugini francesi?

PS: per i più curiosi il titolo qualcosa del plot in effetti rivela, armatevi di dizionario o di Google.



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10 febbraio 2011

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