Un critico italiano alla fine della proiezione stampa si è messo a parlare del film di Winterbottom, The killer inside me, penultimo titolo in concorso qui a Berlino, in questi termini: “Poi secondo me c’è un errore. Bisognerebbe andare a vedere quando è stata prodotta la moka Bialetti, secondo me non c’erano ancora negli anni Cinquanta”. Se la nuova pellicola del regista inglese suscita solo questo tipo di chiacchiericcio da bar – è proprio il caso di dirlo – evidentemente questa detiene qualche problema di sorta. In effetti non si può dire che non sia così. The killer inside me non ha entusiasmato il pubblico dei giornalisti specializzati che l’hanno accolto molto freddamente. E’ la storia di un vice sceriffo che, durante gli anni Cinquanta in una cittadina nel Texas più profondo, commette una serie di delitti collegati l’uno con l’altro dalla volontà di eliminare le prove o i sospetti dell’omicidio precedente. Il film non presenta molti elementi degni di nota – a parte le bellissime e sensuali Jessica Alba, nella parte di una prostituta, e Kate Hudson, qui la moglie del protagonista – la storia risulta alquanto priva d’interesse e di tutti quegli elementi che la farebbero rassomigliare a un thriller che, per merito degli stilemi classici, risolleverebbe sicuramente l’attenzione dello spettatore. Bisogna però verificare come in The killer inside me questi elementi siano del tutto assenti. Nemmeno la regia riesce a dare una scossa alla pellicola, Winterbottom infatti si limita esclusivamente al “compitino”, mettendo in scena in maniera molto classica tutta la vicenda. Ciò è riscontrabile anche dalla voce fuori campo del protagonista che commenta la storia come narratore onnisciente ma che, in realtà, è quella – appunto molto classicheggiante e per questo stra(ab)usata – di un morto.
Winterbottom in conferenza stampa ha dichiarato di aver voluto realizzare un film in cui la violenza fosse considerata come una cosa che capita e succede tutti i giorni. In effetti la pellicola è piena di azioni violente provocate dal protagonista; stupri, pestaggi, omicidi, gesti che, naturalmente, provocano fastidio e verso i quali, spesso, si ha però appaiono troppo fini a se stessi, senza peraltro riuscire a comunicare quella “normalità” della quale il regista inglese parlava. Questo è, forse, dovuto un po’ anche al fatto che, in fin dei conti, allo spettatore interessi assai poco della vicenda personale di questo vice-sceriffo e che, quindi, tutto quello che capita sul grande schermo non entri in sintonia con l’animo di chi guarda. L’audience rimane perennemente a una certa distanza emotiva con un personaggio verso il quale non si riesce minimamente a provare un qualsiasi tipo di empatia umana, probabilmente anche a causa del comportamento di questi, tutt’altro che disponibile ed amabile.
Non credo ci si possano aspettare grandi sorprese da The killer inside me in ambito di premi. Per chi fosse interessato comunque, il titolo, visti i nomi degli attori e quello del regista, verrà sicuramente distribuito in Italia. Personalmente non lo tornerei a rivedere, una volta può essere più che sufficiente, almeno per ammirare lo stupendo cast femminile.
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