Ora che ci stiamo avvicinando alla conclusione della sessantesima edizione della Berlinale, possiamo sicuramente affermare che En familie di Pernille Fischer Christensen, primo dei tre film presentati in Concorso oggi, è senza ombra di dubbio una delle cose migliori che si sono viste in questi dieci giorni di proiezioni. La pellicola narra la storia di una famiglia – come lo stesso titolo suggerisce – i Rheinwald, immigrati dalla Germania in Danimarca da quattro generazioni per fondare un panificio che, crescendo sempre più, è diventato il fornitore ufficiale della Corona danese – esattamente da quando Richard, l’attuale proprietario, subentrando al padre, ha avviato la produzione di pane di alta qualità, il suo vanto personale. Il main focus si concentra sul rapporto tra l’attuale capofamiglia, Richard, appunto, e la più giovane delle due figlie avute dalla prima moglie, Ditte, una gallerista alla quale è stato appena offerto un importante posto di lavoro a New York. La donna deve prendere una decisione, se partire oppure rimanere, portando a termine l’inaspettata gravidanza che ha sorpreso lei e il fidanzato artista. Decide di abortire e accettare il lavoro dopo che il padre è stato dichiarato guarito da un cancro ai polmoni. Quando tutto sembra andare per il meglio – Richard si è nel frattempo risposato con la compagna dalla quale ha avuto una figlia adolescente e un bambino – ecco che l’esistenza dei Rheinwald ricade nella tragedia: al capofamiglia vengono riscontrati tre nuovi tumori al cervello. E’ ovviamente l’inizio della fine, non solo per Richard ma per tutta la dinastia dei panettieri reali. Il più grande cruccio dell’uomo è quello di non essere riuscito a trasmettere a nessuno dei suoi figli la passione per il pane e la sua creazione. Chiede perciò a Ditte di prendersi cura della fabbrica per portare avanti il nome della famiglia. La donna viene dunque posta di fronte a una situazione di certo non facile nella quale, per l’amore che prova verso il padre, si sente in obbligo di dover mettere da parte i propri sogni e la propria carriera per stare vicino a lui negli ultimi giorni e sottostare alla sua volontà. Ovviamente tutto questo la porta a un inevitabile scontro con il fidanzato che, dolorosamente, le fa presente che per la loro vita assieme a New York hanno rinunciato a un figlio e che lei non può dedicarsi a qualcosa per la quale non è tagliata solo per accontentare il genitore morente. Dopo una dura e lunga riflessione, Ditte ritiene giusto non doversi farsi carico da sola di portare avanti la tradizione familiare, facendo, così. cadere il padre nella più profonda amarezza. Nell’ultima parte della pellicola assistiamo allo spegnimento di Richard che, dignitosamente, lascia questa vita, rifiutando di andare a morire in un hospice per concludere la propria esistenza nel luogo in cui è nato, la sua casa.
La Christensen realizza un film commovente senza però cadere mai nei facili cliché tanto comuni quando si affrontano argomenti come questi. La storia è raccontata con molto garbo e tanta dignità e orgoglio, le stesse caratteristiche peculiari della famiglia Rheinwald. Un’opera che meriterebbe una considerazione in vista dei premi ormai prossimi.
Tag:Christensen, En familie

Un Commento
bello…mi attira…