Na putu

di Jasmila Zbanic
Bosnia-Erzegovina 2010

di Enrico Vannucci

La regista bosniaca Jasmila Zbanic porta al Festival una pellicola che potrebbe consentirle di fare un clamoroso bis, avendo già vinto l’Orso d’Oro con la sua opera prima, Grbavica, nel 2006. Na putu, venduto sul mercato internazionale con il titolo inglese On the path, si presenta decisamente come uno dei forti contendenti alla vittoria di un premio. Il sentiero di cui si parla è quello intrapreso dai due protagonisti della storia, Luna e Amar, una coppia di bosniaci di religione musulmana che convivono assieme e che lavorano entrambi nell’aviazione, lei come hostess sui voli di linea e lui presso la torre di controllo dell’aeroporto di Sarajevo. La loro vita di coppia è tranquilla, basata su un forte amore reciproco nonostante Amar passi molto tempo a ubriacarsi così per dimenticare la guerra che ha combattuto come soldato e che ancora non riesce a scordare. Sospeso dall’ente aeroportuale perché scoperto a bere durante il turno di lavoro, la sua vita ha un cambiamento quando incontra Barhija, un vecchio commilitone entrato da qualche anno a far parte della comunità Wahhabi, una congregazione mussulmana che rispetta in maniera molto stretta i precetti del Corano. Amar viene attratto da quella vita fatta di regole che lo aiutano a trovare un senso alla sua e, per questo, abbraccia sempre di più una fede che prima non aveva mai professato se non come un pretesto per riconoscersi nel proprio gruppo etnico. Luna, donna non praticante e totalmente occidentalizzata, cerca di comprendere il cambiamento radicale che il suo compagno ha intrapreso senza però venirne a capo;  non riesce più a riconoscere la persona che si ritrova a fianco. I due continuano a dichiararsi amore vicendevolmente ma, in realtà, le loro strade si stanno sempre più separando in direzioni che paiono opposte, seguendo idee del tutto incoliabili.

La Zbanic con questa pellicola non intende criticare la religione, benché meno quella mussulmana, ma solo cercare di esplorare il modo in cui due persone possano rapportarsi tra loro una volta che hanno compiuto una scelta differente da quella effettuata dal partner. Na putu è un film su una relazione che, se da un lato, entrambi i protagonisti vorrebbero impostare verso lo stesso traguardo – la cui metafora nella storia è il concepimento di un figlio, cercato ancor di più per i problemi di fertilità della coppia – dall’altro, ognuno di loro sente il bisogno di affrontare i propri “demoni” seguendo la sua strada. Sia Luna sia Amar, infatti, si portano dietro ancora le terribili vicende del conflitto nell’ex-Yoguslavia che entrambi, in modo differente, hanno vissuto sulla propria pelle: lui combattendo al fronte e lei dovendo emigrare dal suo paese natale come rifugiata di guerra. Per alleviare le ferite ancora aperte dentro la loro anima, Amar e Luna scelgono strade diverse. Lui una via fatta di regole ferree e di condivisione comunitaria, che lo porta a credere che la guerra sia stata una punizione divina per vendicarsi dei mussulmani di Bosnia, quasi del tutto occidentalizzati – tra le altre cose, ad esempio, bevono alcool senza considerarlo un peccato. Lei affronta il passato andando a vedere la sua casa natale, ora abitata da una famiglia nella quale scopre una bambina che, evidentemente, le ricorda lei stessa al tempo del conflitto; Luna, dunque, entra in sintonia con coloro che sono stati considerati – e per alcuni, i Wahhabi su tutti, lo sono ancora – il nemico contro cui combattere.

Una bella pellicola, molto ben costruita, con la giusta tensione tra i personaggi protagonisti e i comprimari. Una storia molto intelligente che non pone a priori, ma neppure a posteriori, giudizi di alcun tipo su nessuno, evitando di dipingere gli islamici come i cattivi e i laici come i buoni ma solo mostrando due mondi differenti che faticano, ovviamente, a dialogare tra di loro. Da proiettare nelle scuole.



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18 febbraio 2010

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