Shekarchi, il cui titolo inglese è The hunter – il cacciatore – è un altro di quei film d’arte che occupano i cartelloni dei maggiori festival cinematografici. Pellicola di origine iraniana, racconta la vicenda di Alì – interpretato da Rafi Pitts che ne è anche il regista – che, appena uscito di prigione, lavora come guardiano notturno in una fabbrica. Per questo non riesce a trovare il tempo necessario per stare con la sua famiglia. Di giorno, mentre lui dorme, la moglie va al lavoro e la figlia a scuola; di notte, invece, accade l’esatto contrario. La sua vita, già difficile secondo questi canoni, viene sconvolta quando, dopo lunghe ore d’incertezza nelle quali moglie e figlia erano tornate a casa come al solito, scopre che le due sono morte, uccise in una sparatoria tra la polizia e un gruppo di ribelli. Disperato, prende il suo fucile da caccia e, come un cecchino, fredda due poliziotti dall’alto di una collina. Inseguito dalle forze dell’ordine diviene un fuggitivo finché due agenti lo trovano mentre scappava in un bosco e lo arrestano, portandolo con loro. Perdutisi nella foresta, a causa della vegetazione e della nebbia, si rifugiano in una capanna per la notte. La mattina seguente, il più giovane dei due, sentendosi costantemente minacciato e sopraffatto dal collega, chiede ad Alì di uccidere querst’ultimo – dipinto pure come un corrotto – perché avendo già ucciso due poliziotti rischia già la pena capitale e quindi, ormai, non ha niente da perdere. Il prigioniero, ora libero, immobilizza l’uomo che dovrebbe eliminare ma quando è il momento, non riesce a farlo. Gli sopraggiunge allora l’idea di vestirsi con la sua divisa per agevolarsi la fuga ma, una volta uscito dalla capanna, viene freddato dall’altro poliziotto che, da lontano, appostato tra i cespugli, l’ha evidentemente scambiato per il collega che crede sopravvissuto.
Il problema di Shekarchi è sicuramente il tempo del racconto. Il film dura una novantina di minuti ma avrebbe potuto essere lungo anche un quarto d’ora – come minimo – in meno. Anche questa pellicola, come quell’altra presentata in concorso oggi, Bal – Honey, presenta inquadrature lunghe e a volte fisse, una mancanza di dialogo che narri la vicenda e delle grande immagini di paesaggi ben calibrate e composte. Ciò che appesantisce tutta la diegesi è, senza dubbio, la prima parte nella quale, in effetti, non succede molto. Il punto focale, il più interessante, è ovviamente quello del rapporto a tre tra il prigioniero e i poliziotti; tutto ciò che viene prima detiene solo una funzione di rendere noto il background del protagonista, di giustificazione il gesto di vendetta e l’omicidio dei due appartenenti alle forze dell’ordine ma non risulta intrigante per chi guarda. Certamente non lo anche per colpa del ritmo scelto da Pitts. Probabilmente accorciando la prima parte si avrebbe avuto una storia certo più stringata ma dotata di più piglio, cosa che manca del tutto, tranne che nel finale. Peccato, perché, anche qui, come in Bal – Honey, si richiede allo spettatore un notevole uso di energie nervose per arrivare in fondo ma, a differenza della pellicola turca, la conclusione non comunica quella piacevole sensazione di riscatto dell’intera opera.
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Un Commento
No, neanche per 20 euro. Sono troppo abituato ai ritmi dei telefilm: questo mi pare un cincinino più lento…