Shahada

di Burhan Qurbani
Germania 2010

di Enrico Vannucci

Un bel debutto alla regia quello di Burhan Qurbani, tedesco di origine afghana, invitato al festival con Shahada il suo film di diploma realizzato presso la scuola di cinema del Baden-Wuttemberg. La storia si concentra intorno a tre personaggi principali, Ismail, un poliziotto di origine turca che convive con il peso di un’azione avventata e conclusasi tragicamente che non riesce a sopportare, Samir, un ragazzo nigeriano che non si scopre incapace a far conciliare la fede religiosa con i suoi sentimenti omosessuali verso un collega di lavoro dichiaratamente gay e innamorato di lui e, infine, Maryam, la figlia dell’imam della moschea che tutti i personaggi di questa vicenda frequentano – un uomo molto aperto e conscio che il credo religioso si debba sempre confrontare con la quotidianità della vita contemporanea – una ragazza del tutto occidentalizzata che, dopo un aborto clandestino, per il tremendo senso colpa occorsole anche in seguito a un acuto effetto collaterale dell’intervento, viene colpita da paranoie psichiche a sfondo religioso che la trasformano in una radicale estremista. Shahada è un film incentrato sui suoi personaggi e sulle loro storie che si intrecciano insieme, non solo perché tutti quanti frequentano la stessa moschea ma perché le loro esistenze sullo schermo sono state concepite in modo che se protagonisti o co-protagonisti di una linea narrativa essi riappaiano come comparse nelle altre. Il film è strutturato in capitoli che scandiscono gli avvenimenti che si strutturano ognuno secondo il titolo di ogni sezione, così che la narrazione, sebbene salti da un protagonista all’altro, si mantenga costantemente unitaria, svelando in contemporanea la tematica di ogni parte. La pellicola risulta dunque bene scritta e solo poche volte si ha la sensazione che una delle linee narrative rimanga indietro rispetto alle altre. Questo accada specialmente all’inizio ma, probabilmente, ciò è dovuto all’inevitabile necessità del regista di presentare chiaramente i personaggi che animano questa storia. Ricoprono un ruolo importante anche la moglie del poliziotto, il loro figlio, la donna verso la quale Ismail si sente in debito, l’amica di Maryam che l’ha aiutata ad abortire, il ragazzo che l’ha messa incinta che è  al contempo anche amico di Samir e l’“oppositore” del ragazzo gay e, per ultimo, il padre imam illuminato. Ognuno di loro, a suo modo, è necessario ai protagonisti del film per intraprendere il loro “cammino di fede” che porterà loro a capire chi essi siano veramente. Cammino di fede proprio perché quest’ultima è un aspetto assai molto importante nella pellicola. Il suo stesso titolo è il termine con cui i credenti di fede islamica definiscono la loro professione di fede, le parole necessarie che devono essere pronunciate per entrare a far parte della comunità mussulmana: “non c’è Dio se non Allah e Maometto è il suo profeta”. Qurbani si dimostra sempre attento a trattare i suoi personaggi senza quasi mai eccedere nell’estremizzazione dei loro sentimenti dovuta alle situazioni borderline che capitano loro. L’unico appunto si potrebbe sollevare su qualche passaggio della vicenda di Samir in cui si ha la sensazione di cadere nel cliché.

In conclusione, una buona prima opera che ci deve far riflettere sulla qualità di certe cinematografie europee e sulla loro vitalità, data anche, forse, dalla presenza di più istante sociali e culturali che, indubbiamente, ravvivano e arricchiscono non solo le espressioni della propria Cultura ma anche il proprio tessuto sociale. D’altra parte è noto come sia “necessaria una nuova guerra perché Rossellini faccia un altro buon film”.



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17 febbraio 2010

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