Sylvain Chomet dopo il successo internazionale di Appuntamento a Belleville, ritorna alla regia di un nuovo film d’animazione portando nella sezione Berlinale Special questo The illusionist. La pellicola riprende tutti gli stilemi, sia grafici sia sonori – ovvero la quasi totale mancanza di dialoghi che siano comprensibili per l’orecchio umano – già sperimentati nel suo lungometraggio d’esordio. Sviluppata a partire da una sceneggiatura mai realizzata di Jaques Tati, The illusionist narra la storia, ambientata negli anni cinquanta del Novecento, di due destini che vengono a incrociarsi tra di loro. Il primo è quello di un anziano illusionista che si trova obbligato a viaggiare da nazione a nazione in cerca di un posto in cui esibirsi mano a mano che nei grandi teatri il suo spettacolo di magia non è più richiesto, spodestato dall’impellente scena musicale del rock and roll. Il secondo è quello di una ragazzina che gioca a comportarsi da adulta senza capire che il tempo la sta trasformando davvero in una donna. I due si incontrano in un piccolo villaggio sperduto delle Highlands scozzesi, dove l’uomo era andato a esibirsi. Lei, all’insaputa di quest’ultimo, lo segue come per gioco quando il mago deve ripartire. Da quel momento tra di loro viene a crearsi un rapporto di natura molto intima, proprio come tra un padre e una figlia, nel quale l’Illusionista cerca di far vivere alla ragazzina, grazie alla sua “magia”, una vita incantata fino a quando, con il passare del tempo, le loro strade, inevitabilmente, torneranno a dividersi, arricchite e segnate, però, da quell’esperienza formativa per entrambi.
Chomet realizza un film commovente, nel quale il rapporto tra questi due personaggi è certamente il fulcro di tutta la vicenda. Una relazione all’inizio caratterizzata da una conoscenza reciproca venata dall’imbarazzo ma che, pian piano, si stabilizza, trasformandosi in una quotidiana normalità per due persone che non possono comunicare tra di loro se non con il linguaggio del corpo perché privati di una lingua comune con la quale riuscire a dirsi ciò che provano. La scelta stilistica del regista – ovvero la quasi totale mancanza di dialoghi – è infatti giustificata per via della nazionalità dei due protagonisti: l’uomo è francese mentre la ragazzina è britannica. La forza della pellicola risiede tutta nella sua capacità di raccontare qualcosa di molto complesso come un rapporto così particolare tra due persone – che non sono né padre né figlia ma è come se lo fossero da sempre – solo per mezzo dell’immagine e di ciò che vi accade al suo interno. Non esiste niente di più cinematografico. Il momento forse più interessante dell’intera pellicola è quando l’illusionista finisce per caso dentro a un teatro nel quale stanno proiettando proprio un film di Tati nel quale l’autore francese riveste i panni del suo più noto personaggio Monsieur Hulot. In questa scena Chomet imbastisce uno speciale cortocircuito nel quale il soggetto creato – l’illusionista – osserva il proprio creatore – almeno il suo padre putativo, ideale, ovvero Tati – in via indiretta, sottoforma d’immagine, non troppo distante, dunque, dalla sostanza che connota proprio la esistenza stessa del mago, arrivando, in questo modo, quasi a equiparare i due soggetti in questione, apparentemente così distanti secondo canoni spazio-temporali.
The illusionist è sicuramente un bel film. E’ un peccato che la direzione della Berlinale abbia deciso di presentarlo solo come opera speciale fuori concorso. Questo pregevole pezzo d’animazione avrebbe dovuto ricevere più onori e aver ricevuto l’opportunità di concorrere alla statuetta dell’Orso del colore più ambito. D’altronde, non sarebbe certamente stata una novità vista la presenza di Shrek, anni or sono, tra le pellicole in competizione al Festival di Cannes.
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