San qiang pai an jing qi

di Zhang Yimou
Cina 2010

di Enrico Vannucci

San qiang pai an jing qi di Zhang Yimou è un remake del film del 1984 Blood Simple, esordio dei fratelli Coen, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival. Un rifacimento in chiave cinese con annesso umorismo orientale. Purtroppo. Il remake è un campo difficile, soprattutto quando ci si confronta con originali di buona fattura come in questo caso. La pellicola di Yimou – regista molto apprezzato per i suoi primi film, decisamente d’autore, ma che, negli ultimi anni, ha certamente cambiato orizzonti creativi, concentrandosi primariamente sulla produzione di grandi blockbuster made in Cina – non sembra infatti non troppo ben riuscita. Ci si trova infatti di fronte a una messa in ridicolo di una vicenda che, in origine, assume dei toni opposti da quelli divertenti e scherzosi utilizzati qui. Tradire la fonte non è un crimine, intendiamoci, ma vi sono diversi tipi di infedeltà: quelle che rispettano l’opera madre – rispetto che può sussistere anche nel caso vi siamo fondamentali e profondi cambiamenti – e quelle che non lo fanno. Qui ci troviamo nel secondo caso. Questo, però, non suppone che gli spettatori possono apprezzare le gag contenute nell’ora e mezza di proiezione. Una platea di giornalisti usualmente molto fredda con ogni pellicola presentata fino ad ora ha invece dimostrato, in questo specifico caso, con molte risate, il proprio apprezzamento.

La storia è simile all’originale, dunque si tratta di un omicidio di una moglie e del suo amante commissionato da un marito, che si crede tradito, a un poliziotto che prima finge il delitto e poi elimina il mandante per rubargli i soldi cercando di addossare la colpa sul coniuge. Ciò che in San qiang pai an jing qi cambia è il setting – non più l’America ma la Cina di qualche secolo addietro – e, soprattutto, come si è già accennato, l’umore del film – passato da drammatico alla burla. Ciò che provoca svariato fastidio è senza dubbio la recitazione troppo macchiettistica dei protagonisti che, ripeto, a parere di chi scrive, non si confà per niente con il tema trattato. Dovendo, però, trovare qualcosa di positivo in San qiang pai an jing qi elencherei senza dubbio la composizione estetica di molte inquadrature e la fotografia che rende meravigliosamente cangiante e vivo il paesaggio desertico e desolato in cui si trova la locanda nella quale, per la maggiore, si svolgono i fatti narrati.

Questa pellicola è forse la prima, vera, delusione del festival di Berlino finora. Dispiace perché ci si trovava di fronte a un regista assai capace e a una storia notevole. Il risultato, però, non è quello che ci si sarebbe potuti aspettare a priori.



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14 febbraio 2010

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