My name is Khan

di Karan Johar
India 2010

di Enrico Vannucci

Lo scambio di parole tra due noti giornalisti della stampa quotidiana all’uscita del film è stato il seguente: <<Bollywood!>>, sospira lei, <<Se da noi provassero a fare qualcosa cosa del genere lo insulterebbero>>, sentenzia lui.  D’altra parte come dare torto a entrambi? My name is Khan è indubbiamente un prodotto dell’industria indiana dell’intrattenimento dall’inizio alla fine, canti – pochi, almeno quello – compresi. Narra la vicenda umana di un indiano di religiose mussulmana, Khan, costretto a convivere fin da bambino con una malattia nota come sindrome di Asperger che, suo malgrado, lo fa sembrare mentalmente instabile nascondendo, così, ai più la sua intelligenza sopraffina. Il suo scopo è viaggiare lungo gli Stati Uniti in cerca del Presidente – all’inzio Bush e in seguito Obama – per riferirgli la seguente frase: “My name is Khan, and I’m not a terrorist” (“Mi chiamo Khan e non sono un terrorista”). Storia che trasuda buonismo da ogni poro, pure troppo, esageratamente troppo ma che mostra un’altra idea di cinema, assai diversa dalla nostra. Un cinema prodotto dagli indiani e co-finanziato dagli americani, la Fox di Murdoch, e da alcuni paesi arabi, vista anche la tematica che tenta di mostrare al mondo – sebbene probabilmente la pellicola parli più ai suoi spettatori abituali, l’Oriente – il lato buono e umano dei fedeli di Allah, troppe volte considerati nel mondo occidentale soltanto come terroristi. Il buonismo, d’altronde, è simile in ogni parte del mondo. La storia dunque ricorda un po’ Forrest Gump, un po’ una buona fiaba morale nella quale si insegna che il diverso non è da considerarsi un nemico, sia questi dissimile da noi per religione, etnia oppure salute fisica.

Ciò che risulta assurdo a noi spettatori del mondo ad ovest dell’Asia è certamente il modo in cui, senza vergogna e pudore, il regista Karan Johar, mette in scena sequenze al limite, per noi, del ridicolo – su tutte quelle in cui sono presenti i due Presidenti, Bush Jr e Obama, impersonati da attori non troppo somiglianti loro – se non ben oltre il ridicolo, che però, evidentemente, secondo il gusto indiano, ben si confanno al regno della fiaba nel quale evidentemente ci si viene a trovare durante la narrazione. Il film poi ha tutti gli elementi del blockbuster made in Bollywood: due superstar famose e sexy, Shah Rukh Khan e la bellissima Kajol Devgan, la commedia, la tragedia – dall’undici settembre al figlio morto per il razzismo degli americani Wasp – all’eroismo – il protagonista che denuncia un cattivo maestro che insegna in una moschea inneggiando alla guerra e che salva da morte certa gli abitanti di un piccolo paesino della Georgia allagato dalla piena – alla sofferenza – Khan che viene imprigionato perché creduto un terrorista – all’amore – ovviamente tra i due bellissimi attori – ai balli e i canti – sulle parole di “We shall overcome” un vero e proprio inno di libertà anche per il popolo indiano.

Inserito come evento fuori concorso questa pellicola ha richiamato anche un cospicuo numero di inaspettati fan perché composto in maggioranza da supporter di nazionalità tedesca, evidentemente amanti dei film della grande Hollywood d’Oriente. Alla fine, nonostante tutto – nonostante soprattutto un minutaggio quasi insostenibile ma assai corta per gli standard indiani, siamo quasi sulle tre ore – l’opera, a tratti, appassiona e lo spettatore, anche il più malfidato, viene  comunque coinvolto in questa piccola, grande, avventura.



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13 febbraio 2010

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