Mine vaganti di nome ma anche di fatto. Il film di Ferzan Ozpetek può essere un pretendente più che serio all’interno della sezione Panorama nella quale è stato inserito. Di certo, vista anche la calda accoglienza ricevuta dal pubblico presente alla prima e i lunghi applausi che ne hanno accompagnato i titoli di coda, ha conquistato le simpatie degli spettatori che votano per il premio popolare. Il regista di origine turca ha scritto e diretto una farsa – termine che descrive meglio la pellicola del più generico commedia – che riassume tutti gli stereotipi, e sono tanti, del rapporto che sussisterebbe tra una certa parte d’Italia – intesa qui sia geograficamente sia umanamente – che è lecito definire come “un po’ vecchio stile”, ancora animata dal pregiudizio e dalla vergogna, e la frizzante esuberanza, fin troppo marcata a volte, delle persone omosessuali di sesso maschile. C’e chi penserà che un altro film sulla tematica gay firmato Ozpetek potessimo pure risparmiarcelo ma, in questo caso, il risultato è quanto mai riuscito e convincente. Probabilmente non ci avviciniamo a quegli alti livelli ma Mine vaganti, in un qualche modo, richiama quell’altra piccola graziosissima farsa che è Il vizietto. Oltretutto perché, già come nella pellicola in cui Tognazzi dava grande prova di sé, qui tutto il cast di attori, dai protagonisti – tra cui Riccardo Scamarcio, Ennio Fantastichini, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Lunetta Savino, Barbara De Rossi e la partecipazione di Carolina Crescentini – fino ai figuranti, si dimostra assai centrato per la parte e perfetto nel mettere in scena questa comicità da macchietta, surreale ma, in fin dei conti, veritiera. Proprio come una barzelletta che il più delle volte nasconde dei risvolti reali. Forse si possono rimproverare a Ozpetek soltanto due questioni. La prima è senza dubbio la presenza, a tutti i costi, di una morale. E’ il personaggio della nonna ad essere l’incarnazione del buon esempio che il film si fa alfiere di divulgare presso il pubblico pagante. Non sempre è necessario, per un’opera cinematografica, assumere il tono da maestrina se essa mira anche al divertimento e al sorriso eppure, rinunciarci, in questo caso, è stato assai difficile, impossibile. Sarebbe stato meglio rinunciarvi anche perché, in fin dei conti, si tratta sempre la stessa morale: quella secondo la quale il diverso non esiste. E’ vero, ma se fino a quando è proprio colui che si sente, o viene considerato, altero a sottolineare ancora di più quelle caratteristiche che molti, stereo tipicamente, gli affibbiano, si continuerà sempre a ragionare nei termini di diversità e normalità invece di non porsi nemmeno la questione della possibilità, o meno, di delinearli. A volte l’identità è un peso dal quale sarebbe meglio liberarsi. La seconda questione, invece, è squisitamente cinematografica e non concettuale come la prima, e riguarda l’ultima sequenza in cui, i personaggi del presente e quelli del passato si fondono assieme in una danza ql di fuori della diegesi spazio-temporale nella quale la storia si è fino a lì venuta a trovare. Questo tocco alla Fellini – proprio perché il tono del film è stato quanto mai differente – è del tutto fuori luogo e male si monta con ciò a cui si è assistito in precedenza, a meno che, ma questa è più una scusa che altro, non si sia entrati come per magia nella dimensione del fantastico, entrando nel registro della letteratura creata dalla penna del protagonista impersonato da Scamarcio, uno scrittore in erba.
In uscita in Italia il 12 Marzo, consigliato a chiunque voglia farsi una grassa risata, di certo, per nulla omofobici oppure omosessuali dotati di poca autoironia.
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2 Commenti
Mi piace Ozpetek da quando ho visto Le fate ignoranti.
Boh… Nun me convince