Che film d’esordio questo Eu cand vreau sa fluier, fluier, in inglese If I want to whistle, I whistle, del romeno Florin Serban. Una pellicola che si richiama alla tradizione di un cinema legato a doppio mandato alla realtà e che tratta lo spettatore a pugni dritti nello stomaco e nella quale viene raccontata la storia di un ragazzo detenuto in una prigione per giovani criminali – un luogo molto più rassomigliante a un lager che non a un carcere di un paese che, sebbene da poco, è parte integrante della Comunità Europea. Il protagonista, Silviu, ormai vicino alla fine della sua pena e, dunque, pronto a tornare a casa nel giro di qualche giorno, riceve la visita del fratellino che gli racconta come la loro madre sia intenzionata a portarlo con sé in Italia dove la donna lavora. Il giovane, detestando più di ogni altra cosa la madre, chiede al piccolo di non andare e lo ripete anche di fronte al genitore quando questa viene a fargli visita per convincerlo. Sapendo che le sue richieste sono inutili e non saranno rispettate, vedendosi impossibilitato ad abbandonare la casa circondariale prima che i due lascino la Romania, Silviu rapisce una ragazza che lavora presso il penitenziario con un gruppo di studenti. In cambio della vita della giovane, chiede di convocare la madre per ribadirle di nuovo la sua più ferma opposizione alla sua partenza assieme al fratello. Ormai senza via di scampo, ma con la possibilità di fuggire, decide di lasciare il carcere con la ragazza e un suo compagno di cella, solo per offrire a quest’ultima un caffè assieme. Seduto al tavolo di un bar, sapendo che tutto è perduto, con la giovane che gli siede davanti senza nemmeno assaggiare la bevanda calda, Silviu si alza e se ne va, incamminandosi di nuovo verso il carcere dove, sulla strada di ritorno, viene fermato e arrestato da un reparto speciale della polizia romena.
Tratto da un opera teatrale di Andrea Velean, il film è un duro affresco di una situazione in un paese giovane come quello romeno. Se di certo non ci troviamo di fronte a un affresco generale dell’intera società dello stato balcanico, Eu cand vreau sa fluier ci racconta una fetta di realtà di quella parte di mondo: una piccola comunità con le sue rigide regole che esigono di essere rispettate per sopravvivere e dell’impossibilità di una persona sconfitta più per colpa altrui – Silviu biasima infatti la madre per essere l’origine di tutte le sue sventure – che per i propri demeriti. Il protagonista è in fondo un buono che si ritrova all’inferno e che cerca solo la più breve via di uscita che però, quando pare averla scovata, gli sfugge completamente di mano, di nuovo, per l’intervento beffardo del fato avverso.
Pellicole come questa e come Francesca, presentata alla scorsa Mostra di Venezia, fanno intravedere come il cinema romeno sia assai vivo e vitale e come, negli ultimi anni, specialmente con le opere presentate ai vari festival internazionali, stia seguendo una strada ben precisa: raccontare piccole storie, piccole porzioni di una società cambiata molto repentinamente dopo la sanguinosa caduta del regime comunista e che, ancora oggi, nonostante le vittorie politiche per entrare nella così detta “Europa che conta”, non è ancora riuscita a trovare una stabilità che la renda un paese in cui l’ingiustizia civile non consista più un così grave problema.
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