Howl di Rob Epstein e Jeffrey Friedman potrebbe apparire, leggendo i comunicati stampa, come una biopic sul poeta Allen Ginsberg ma, in realtà, ci troviamo di fronte a una poepic – mia personale contrazione del binomio poetry pic, una pellicola non sulla vita di una persona ma su quella di una poesia. E’ qui più che giusto parlare di vita di un’opera letteraria piuttosto che della sua composizione perché ciò che Howl mette in scena è proprio la poesia stessa – dal medesimo titolo – a partire dai commentari che le sono stati dedicati. Questi ultimi sono in particolare le parole stesse di Ginsberg registrate in diverse sue interviste, gli atti del processo per il quale l’editore fu accusato di aver pubblicato materiale che offendeva, era il 1957, la morale pubblica degli Stati Uniti e le parole stesse della composizione. Ognuno di questi tre elementi è stato tramutato in racconto cinematografico. Il primo come le riprese di una lunga intervista nel proprio appartamento, in cui Ginsberg è impersonato da James Franco alla quale vanno aggiunti dei brevi momenti di vita vissuta che mischiano immagini ricostruite a quelle originali composte per la maggior parte da fotografie d’epoca che ritraggono lo scrittore assieme ai suoi amici e colleghi della Beat Generation. Il secondo come la messa in scena delll’udienze giudiziarie vere e proprie nel quale si discute la tematica di cosa possa essere o meno considerata un’opera letteraria e dunque si cerca indirettamente di rispondere al quesito su “cosa sia l’arte”; processo che si conclude con la storica assoluzione della casa editrice e dell’autore. Infine, il terzo, una ricostruzione animata che alterna un seppur elementare 3D con disegni in due dimensioni e che racconta la vicenda attraverso le a volte enigmatiche figure retoriche di Ginsberg.
Certamente ci si trova di fronte a un qualcosa di nuovo, o di poco visto in precedenza. Non vi è nessun intento “buonista” di difendere l’arte o di trattare tale argomento secondo i termini di giusto o sbagliato, di buoni o cattivi. Epstein e Friedman realizzano una pellicola, della lunghezza di un’ora e mezza, solo per mettere in scena un testo che evidentemente entrambi amano e che riesce a raccontare anche quel tessuto umano di Beat Generation che ne è stato sicuramente l’ispiratore e ne è divenuto il protagonista. E’ da notare come, però, l’attenzione dei due autori sia sempre mantenuta più sul testo che sulle persone che vi sono citate. Solo nella chiusa finale i due film-maker comunicano al pubblico il destino di tutti coloro che la poesia ha tirato in ballo, ma solo per mostrarci come tutto ciò che abbiamo visto – e in modo specifico molte delle inquadrature della pellicola – siano in fin dei conti dei rifacimenti e delle (ri)messe in scena, molto fedeli all’originale, di fotografie e immagini legate a una realtà che oggi appare distante ma che merita di essere conosciuta.
Concludendo, Howl potrebbe essere considerato un essay film, come certa critica universitaria di stampo americano potrebbe definirlo, di ottima fattura, il quale potrebbe venire considerato dalla giuria come meritevole per vincere premi importanti, sebbene ci troviamo ancora all’inizio del festival e il cammino verso l’Orso d’Oro è ancora molto lungo e le opere in gara da giudicare ancora molte.
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