Se un film risulta essere più interessante nel suo riassunto sul catalogo piuttosto che durante la proiezione, evidentemente, sussiste qualche problema. E’ il caso di El recuento del los daños, una pellicola che si apprezza più dalla sua presentazione piuttosto che dal suo svolgimento. Del rapporto edipico tra un giovane dirigente chiamato a valutare un’azienda per conto di una holding company e la padrona della fabbrica, in realtà la madre della quale ignorava l’esistenza, della vicenda dei desaparecidos argentini durante la dittatura, dei segreti di famiglia, della morte del padre per uno stupido incidente, all’inizio della vicenda, causato più dal caso che dal novello Edipo; di tutto ciò non traspare che ben poco. Forse, però, sarebbe più giusto affermare che di tutto ciò non viene comunicato nulla. Il motivo è principalmente legato alla tempistica della pellicola. Il suo svolgersi, per circa un’ora e venti minuti, è infatti troppo lento, gli avvenimenti, o, piuttosto, i non avvenimenti, vengono diluiti in modo troppo marcato e, proprio per questo, quasi spariscono dalla vista e dall’attenzione dello spettatore che prova un’enorme fatica a mettere assieme i pezzi di un puzzle che complicato non è – si ha a che fare pur sempre con uno degli archetipi più famosi e noti al mondo – ma che diviene quasi irriconoscibile. Non riuscendo a compiere dunque i salti logici necessari chi guarda si stufa assai presto di questa vicenda che, forse, con un altro piglio e, probabilmente, con più avvenimenti, avrebbe potuto risultare molto più avvincente di quello che non è.
Se dal punto di vista diegetico El recuento de los daños latita assai, sotto quello registico si deve riconoscere alla regista Inés de Oliveira Cézar il merito di aver capito quale fosse il modo migliore per raccontare la storia per immagini. Qui ovviamente non si parla del minutaggio delle scene quanto dell’estetica delle inquadrature che, per quasi tutta la pellicola, sono state composte con una focale che ha permesso d’inquadrare solo una parte per volta del frame scelto come a fuoco, lasciando il resto, di solito l’altra metà, completamente fuori fuoco. Una scelta giusta con la quale comunicare questa incognita di fondo, questa mancanza di una visione chiara e rivelatrice su fatti tenuti nascosti non solo allo spettatore ma anche alla maggior parte dei personaggi stessi. Peccato, purtroppo, che il pubblico venga poi molto disincentivato e invogliato a scoprire ciò che appare come poco chiaro fin dall’inizio della storia.
In estrema sintesi è come nei racconti di Carver, in cui chi legge entra per un lasso di tempo limitato in quella che sembra un pezzo della vita di persone comuni per poi intendere che, probabilmente, sotto qualcos’altro rimane d’irrisolto e di poco chiaro. Nel film di Inés de Oliveira Cézar, purtroppo, quest’ultimo aspetto è così lasciato andare a sé che la vita comune prende, al fine, il sopravvento e, con essa, anche la noia di chi guarda.
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